L’altra faccia del sistema di protezione

Trasferimento in “località protetta”, “mimetizzazione anagrafica” e la promessa di un’assistenza economica che “assicuri un tenore di vita uguale al precedente”. “Perché? Che ho fatto di male?”, chiese candidamente uno degli 83 testimoni di giustizia quando, in seguito alle sue testimonianze, gli fu proposto di entrare nel programma speciale di protezione. Una misura di tutela scritta inizialmente per i collaboratori di giustizia, i cosiddetti ‘pentiti’, e che il decreto 161/2004 ha cercato di estendere ai testimoni di giustizia. Nonostante questo decreto, “il sistema di protezione, giusto o sbagliato che fosse, è comunque inesorabilmente invecchiato” ha ammesso poi la Commissione Parlamentare Antimafia nella Relazione sul Sistema di Protezione dei Testimoni di giustizia del 21 ottobre 2014. Un sistema non solo invecchiato, ma spesso male applicato.

Quelle che dovevano essere le poche, gravose regole su cui i testimoni di giustizia, che le accettavano, avrebbero costruito la loro seconda vita si sono rivelate una spada di Damocle. C’è chi ha sopportato di vivere in abitazioni degradate, o addirittura in camere di alberghi fatiscenti, chi per sopravvivenza spesso perché ha perso il proprio lavoro ha accettato di allontanarsi dalla propria terra. Tutto in cambio della protezione dello Stato, di quella tutela dovuta a chi ha fatto e continua a fare scelte coraggiose in nome della legalità. Una tutela che ha un prezzo, in realtà: la libertà. C’è chi, come riportato su La Lente, per la granitica burocrazia del sistema di protezione si è visto bloccare la propria automobile da Equitalia. C’è chi, sempre per una ingolfante burocrazia, non ha visto ammessa la propria candidatura alle elezioni amministrative. E c’è anche chi, nonostante si rechi spesso in aule di tribunale per continuare a testimoniare, si è visto negare di fatto la possibilità di rilasciare un’intervista ad un telegiornale nazionale sulla vicenda che lo ha reso testimone di giustizia.

“Il sistema centrale di protezione non mi ha mai risposto all’autorizzazione per un’intervista, volutamente mi tengono lontano dalla tv” spiega un testimone di giustizia, che chiameremo con nome di fantasia Paolo, che da anni vive sotto protezione. Uscendo dal servizio di protezione avresti più libertà?, gli chiedo. “Certamente, ho fatto la richiesta già da molti mesi ma non rispondono …servo troppo. Hanno paura a non poter controllare i miei spostamenti”. E se ti intervistassero comunque?, chiedo. “Avrei un richiamo, un ammonimento, e l’espulsione che è cosa diversa dalla fuoriuscita” precisa Paolo. “Un’intervista sarebbe scomoda, hanno paura che possa dare fastidio alla politica collusa. D’altronde il testimone, a differenza del collaboratore di giustizia, è scomodo perché potrebbe denunciare ancora, e quindi va esiliato” prosegue Paolo.

La sensazione dei testimoni di giustizia è quella di essere trattati come pentiti, come ex criminali, pur non avendo i vantaggi anche economici che spesso vengono riconosciuti ai collaboratori di giustizia. E, vista così come attuata, la difesa delle donne e degli uomini onesti praticata dallo Stato somiglia alla becera pratica della ‘protezione’ fornita dalle mafie che in cambio prevede sempre il ricatto delle libertà.
Uno Stato con le idee confuse sul valore della legalità, e sul riconoscimento che merita. Che poco meno di un anno fa si sforzò, in una pubblicità progresso voluta dal Ministero, di parlare di chi testimonia e denuncia l’illegalità. Ma il risultato non fu incoraggiante. E tanti testimoni di giustizia si sentirono solo testimonial invisibili di uno spot politico.

La legge c’è, andrebbe applicata in modo più umano conciliando regole e dignità delle persone. Dal lavoro garantito al diritto alla serenità, dal diritto alla dignità alla libertà di cambiare, nuovamente, vita. E’ questo il vero messaggio sociale che le istituzioni devono lanciare, per non lasciare dubbi su chi vogliono davvero proteggere.

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4 Pensieri su &Idquo;L’altra faccia del sistema di protezione

  1. Situazioni come queste vengono taciute e così si contribuisce a rallentare la lotta alle mafie. Chi testimonia contro la criminalità dovrebbe essere portato ad esempio per tutti e dovrebbe raccontare a tutti che denunciare è un dovere di tutti i cittadini onesti. Chi tace, anche se vittima, si rende complice.

  2. La conclusione del Suo articolo coglie la vera essenza del Suo dire : ” la legge c’è , andrebbe applicata in modo più umano , conciliando regole e dignità delle persone ” ; in poche parole
    ” cum salis in grano ” ! . Quindi abolendo nel comportamento
    di quanti si occupano di questa attività quanto c’ è di più ottuso
    nel loro atteggiamento ” burocratico ” ! . Ma questo richiederebbe
    di impegnare la mente, cosa non comoda!!!. Infatti, il fatto che ci sia una legge che disciplini la materia non vuol dire che la stessa
    s ‘ applica automaticamente al caso pratico . Quindi , suvvia, fatelo
    questo piccolo sforzo e vedrete come questo risolverà ogni problema . !!!
    Comunque , ancora complimenti , per l’ ottimo articolo .

    • È proprio questo il problema applicare in pieno una legge. È più facile modificare una legge scritta male che intervenire su una legge applicata con negligenza. Non bisogna criminalizzare la legge ma il modo in cui la vivono i cittadini, specie se onesti. Grazie delle riflessioni.

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