Il magistrato e la picciridda

“E’ finito tutto”. Così, con lo sguardo perso nel vuoto, il magistrato Antonino Caponnetto commentò il 19 luglio 1992 la notizia dell’omicidio del collega Paolo Borsellino.
La morte di Borsellino lasciò, 24 anni fa, la sua famiglia i colleghi fidati e quella fetta di Sicilia e Italia, che da poco iniziavano a risvegliarsi dal torpore lasciato dalla mafia, disperati e più soli. Un intero popolo restò orfano di un uomo e di un magistrato che negli ultimi 57 giorni di vita, che lo separavano dalla morte del collega e amico Giovanni Falcone, aveva vissuto con la certezza di una condanna a morte a orologeria. Su di lui si concentravano le speranze di chi aveva finalmente trovato un’alternativa all’omertà, alla rassegnazione, alla violenza impunita e alla schiavitù imposte da Cosa Nostra. Tra loro anche una giovane donna di 17 anni, Rita Atria, figlia e sorella di appartenenti ad una cosca di Partanna (Trapani).

Rita però era diversa. Portava con sé la voglia di libertà, e non accettava le scelte della sua famiglia. Lei, che conobbe a soli undici anni i lutti e il dolore che lascia dietro di sé la mafia con l’uccisione del padre don Vito Atria, decise di allontanarsi anche da quella madre che le ripeteva “Rita, non t’immischiare, non fare fesserie”. Ma Rita era diversa, era libera. E cerca quella libertà e quell’affetto incondizionato, negatole dalla madre, nel fratello Nicola che a lei confiderà i legami e gli affari sporchi del clan locale. Ma anche Nicola è coinvolto in quegli affari e, dopo pochi anni dalla morte del padre, verrà ucciso sotto gli occhi della moglie Piera Aiello. Piera decise di denunciare e testimoniare contro chi aveva ucciso suo marito e padre dei suoi figli, diventando così testimone di giustizia. Una scelta che la porterà lontano da Partanna, e da Rita.
Rita rimane sola in quel paese della provincia di Trapani, ma dentro non si era spento il desiderio di ribellarsi a quel sistema che le aveva portato via buona parte della sua famiglia. Così a soli diciassette anni decide di raccontare ciò che sapeva e vendicarsi della mafia. Sul suo cammino incontra un magistrato che la accoglie con la fiducia e l’incoraggiamento di un padre, Paolo Borsellino.

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Paolo Borsellino (19 gennaio 1940 – 19 luglio 1992)

 

La strada che le si presentava davanti non era facile: avrebbe dovuto cambiare città, identità, ma forte anche dal sostegno del magistrato di Palermo non aveva paura. Nel giugno del 1992 Rita, che intanto aveva continuato a studiare, fece l’esame di maturità. Le venne assegnato un tema sulle mafie, in quei giorni caldi dopo la strage di Capaci, e scrisse: “L’unico sistema per eliminare la mafia è rendere coscienti i ragazzi che ci vivono dentro che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona”.
Lei, la picciridda coraggiosa che è stata una delle più giovani testimoni di giustizia, riuscì a sopravvivere ad una madre che la rinnegò anche dopo la sua morte e all’isolamento inevitabile che visse per mesi. Ma non riuscì a sopravvivere alla notizia della morte del suo magistrato, Paolo Borsellino, che per lei rappresentava la strada verso quelle libertà in cui aveva sempre creduto, e per cui aveva lottato. Rita, la picciridda libera, ormai sola, il 26 luglio del 1992 decise di uccidersi lanciandosi dalla finestra di un appartamento in viale Amelia a Roma. Sette giorni di solitudine da quell’ennesimo distacco violento, sette giorni non uno in più. Perché Rita era diversa, Rita era libera, Rita era coraggiosa, ma aveva già capito che senza il suo magistrato non avrebbe avuto più nessuno. Due vite, quella di Paolo Borsellino e Rita Atria, inscindibili per forza e coerenza, coraggio e impegno. Loro che hanno vissuto gli ultimi giorni della loro vita con la sensazione di aver perso la parte forte di loro, l’altra metà del loro coraggio, sono andati avanti finché hanno potuto.

Le loro parole, semplici e trasparenti come l’onestà, che ci hanno lasciato, ce li fanno sentire più vicini più umani e meno eroi. E così, forse, ci regalano il coraggio di essere migliori e di fare scelte coerenti, proprio come quelle di Paolo e Rita.

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8 Pensieri su &Idquo;Il magistrato e la picciridda

  1. Che bella storia. Peccato solo che non ci sia il lieto fine. Rita dovrebbe essere da esempio per tutti, giovani e meno giovani. Purtroppo è solo una storia dimenticata come tante, troppe, altre di UOMINI onesti.

    • E’ vissuta nell’ombra e purtroppo anche la sua storia rischia di finire nell’ombra, anche per volontà di chi teme i benefici del fare memoria. Il suo esempio rimane comunque vivo, in attesa che la memoria si faccia più lunga.

  2. Ho visto un bel film che narrra la storia di Rita Atria in un canale Rai e mi ha molto commosso. Peccato che continua a essere poco conosciuta, e complimenti di aver ricordato l’anniversario della morte.

    • So di questo film ma mi è sfuggita la visione. Non se ne parla mai abbastanza, e sarebbe utile che la storia di Rita Atria la conoscessero soprattutto i ragazzi/e. Grazie, Daniele, di queste parole.

  3. Una bella storia , con il finale tragico . Ma simili storie non dovrebbero esistere. Una madre che rifiuta la figlia è indegna di
    esistere . Una giovane donna che nei momenti difficili cerca il consiglio e l’ appoggio dei propri cari e non trovandolo s’ affida
    istintivamente ad un giudice antimafia e al fratello ,ultimo affetto
    rimastoLe . Purtroppo, morto il fratello Le rimane soltanto la figura
    del magistrato a cui s’ aggrappa per soppravivere . Ma il destino
    crudele Le toglie anche questa ancora di salvezza e allora non
    rimane che suicidarsi . Peccato ! !… una vita spezzata per niente,
    o forse no …!!??? .

    • Non è morta per niente, secondo me. La sua storia ha tanto da dire e da insegnare ancora. Anche come ammonimento per alcuni. Sicuramente non deve lasciare rassegnati, semmai indignati. Grazie del contributo, Cesare.

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