Testimoni ed esuli di (in)giustizia

Sono 83 in Italia gli uomini e le donne che hanno scelto di denunciare i soprusi e la violenza delle mafie. Una piccola comunità di cittadini italiani che dopo avere testimoniato, aprendo così le porte del carcere a tanti esponenti della criminalità, da anni lotta per riavere una vita dignitosa. Vite di cui poco si parla, al punto che i testimoni di giustizia (ex imprenditori, commercianti, o semplici onesti cittadini) vengono spesso confusi con i collaboratori di giustizia (meglio noti come “pentiti”) che provengono dalla malavita e hanno deciso di collaborare con la giustizia.

Cittadini resi invisibili, non tanto e non solo dalla scelta coraggiosa di aver detto No alle mafie ma dalle istituzioni incapaci di attuare la legge 45 del ’91, che prevede tutele per il testimone di giustizia e la sua famiglia e anche il diritto ad un lavoro nella pubblica amministrazione.

“Siamo stati isolati e abbandonati, e questo solo per il contributo che abbiamo dato alla giustizia, per avere reso un pezzo di Italia legale. I risultati ottenuti con le denuncie sono stati importanti: delinquenti sono in carcere e alcune faide sono state stroncate. Ma la denuncia non deve privare i cittadini della dignità e del lavoro. Non si capisce perché scegliendo la strada della legalità si deve rinunciare a questo sacrosanto diritto”. Parla con fermezza e con intatta umanità Maria, che con sua sorella e tutta la sua famiglia venticinque anni fa testimoniò contro la ‘ndrangheta. Furono i primi che con coraggio entrarono nel programma di protezione, quando ancora nessuno denunciava e non si sapeva in cosa consisteva questa ‘nuova vita’. “Siamo stati costretti ad accettare un programma di protezione speciale, e accettarlo significa distruggere il passato e vivere nell’incertezza del presente e del futuro. Le istituzioni non ci avevano detto che la realtà era questa. Nel Nord Italia lo Stato ci avrebbe garantito sicurezza, lavoro e una nuova identità”.

Ma il programma di protezione per questi cittadini si è sempre rivelato un ostacolo alla sopravvivenza. Senza un passato, senza lavoro e spesso trasferiti in altre località, i testimoni di giustizia non ricevono il necessario sostegno per far ripartire la loro seconda vita. Così dopo aver dovuto accettare la fine della loro attività imprenditoriale, che magari era stata oggetto di estorsioni e minacce poi denunciate, si ritrovano a vivere di gesti di carità. E non va meglio a chi decide di uscire dal programma di protezione: per questi testimoni, tali per lo Stato fino al momento della denuncia, si apre spesso una vita di stenti dove mancano anche i soldi per comprare i farmaci. Cittadini trattati dalla politica, trasversalmente e sporadicamente interessata a loro, e dalle istituzioni quasi come una malattia rara, per i quali non ci sono soldi tempo e volontà da investire per costruire le condizioni di vita dovute. Una volontà a cui la Regione Sicilia ha dato seguito, dando un posto di lavoro a 33 testimoni di giustizia siciliani. Una vicenda che ha scatenato le legittime proteste dei testimoni di giustizia-non siciliani, che con sempre maggiore insistenza bussano alle porte del Governo per chiedere un lavoro. “Spero che il Ministro Madia sul lavoro voglia dare quel segnale forte che la Sicilia ha dato. Perché la legge è nazionale e anche perché chi andrà a beneficiare di questa opportunità lavorativa è un pugno di persone, forse al pari dei siciliani come numero” ha spiegato un testimone di giustizia, durante il convegno ‘Adesso Parliamo Noi’ dello scorso 13 novembre a Roma. E ha aggiunto “Così facendo si farebbe una nuova antimafia della pubblica amministrazione. Sarebbe un segnale forte, con il quale lo Stato dice che chi aiuta viene premiato”. Un riconoscimento che lo Stato è solito fare sempre ad eroi che non ci sono più, e che con un impegno concreto invece deve dare a questi uomini e donne che con il loro esempio possono lanciare un messaggio a chi ancora si rifiuta di denunciare.

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Angelo Vaccaro Notte, testimone di giustizia

 

Cittadini, lavoratori, le cui energie in questi anni sono state spese per far sentire la loro voce e ottenere l’attuazione di diritti fondamentali. Energie e capacità che potrebbero essere reinvestite, valorizzando le capacità di tanti di loro nel gestire un’azienda. “Perché lo Stato non ha pensato che una parte delle imprese che vengono confiscate possa essere affidata proprio a chi contro la criminalità ha speso la vita propria e quella della sua famiglia?” chiede Luigi Coppola, testimone di giustizia campano ed ex imprenditore, al deputato di Fratelli d’Italia Marcello Taglialatela membro della Commissione Antimafia, presente al convegno del mese scorso a Roma. Ma la risposta più concreta arriva da un amministratore giudiziario, che gestisce le cooperative sequestrate a Salvatore Buzzi nell’operazione ‘Mafia Capitale’: “I lavori parlamentari alla Camera hanno ritenuto di non dover accogliere l’emendamento che voleva coinvolgere i testimoni di giustizia come destinatari della gestione di imprese confiscate. E questo secondo me è un grave segnale, perché questo provvedimento è punitivo nei confronti di questi soggetti”.

Questi servitori dello Stato, come lo stesso Coppola in una precedente conferenza disse che andrebbero chiamati i testimoni di giustizia, sono la vera antimafia quella dei fatti. Braccia, testa e impegno che personificano la vera lotta per la legalità, quella che fa paura alle mafie, e che è capace di demolirne il potere. Uomini e donne a cui non solo viene tolta la scorta ‘a scadenza’, ma che nonostante tutto non rinnegano le loro scelte.

Chi ha paura, allora, dei testimoni di giustizia?

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17 Pensieri su &Idquo;Testimoni ed esuli di (in)giustizia

  1. ho seguito di recente alcuni frammenti di interviste di Testimoni di Giustizia che si vedono privati di ogni libertà e di ogni certezza e trovo che sia una delle pagine più vergognose di questo nostro Stato assente. C’è di sicuro una volontà a non approfondire il discorso ne ha cercare soluzioni… in scia con quanto già accaduto in passato con altri importanti organi come l’Anti Mafia.
    Nomi certi e senza prove non li potremo mai fare, ma c’è di certo una particolare attenzione a mettere in secondo piano la vita di queste persone che hanno avuto coraggio a fronte della perdita della propria libertà … che spesso equivale alla loro vita.
    Sono questi Testimoni e pochissime altre categorie gli Eroi del nostro tempo. Tutto il resto solo chiacchiere campate in aria

  2. Il problema grosso è che non è sufficiente la necessaria opera di molte persone oneste, ma è necessario un sistema che contempli tutti gli aspetti delle persone oneste. Ci deve essere un minimo di assistenza per tutti per chi perde il lavoro, per chi è disabile o altro. Purtroppo lo Stato è in ritirata su tutto e la politica economica accresce le disuguaglianze e sembra contribuire a sviluppare le condizioni di criminalità invece di contrastarle

  3. Pingback: Testimoni ed esuli di (in)giustizia | robertapitbull

  4. Cosi’ il cerchio si chiude….!!!
    Non vi è alcuna speranza che le cose possano migliorare.
    Nulla può la morale ,nè la politica ,per non parlare di giustizia .
    Queste sono le considerazioni amare che mi sorgono spontanee
    leggendo questo articolo . Ma come è possibile che l’ Italia sia finita in questo stato?
    Ho provato a leggere pagine di storia antica , ma non ho trovato
    nulla che si possa paragonare al grado di incoscienza collettiva
    che viviamo oggi.
    Era , forse questa, la fine del mondo, prevista dai Maia ?
    Basta accendere la televisione, in un qualsiasi canale , per ricevere
    la quotidiana dose di ansia e avvilimento!
    BASTA !!!……!!!! non se ne può più….!!!!!
    Forse dovremmo istituire un premio per chi pubblica notizie che
    infondano speranza e gioia di vivere, forse miglioreremmo, ma
    è una utopia !
    eppure il presepe è bello, ma sono i pastorelli che fanno schifo !….

    • Io credo che dietro ogni storia che parla di legalità, come quella umanissima dei testimoni di giustizia, ci sia una forza e un coraggio che parlano di libertà e bellezza. Purtroppo la criminalità, con le sue brutture, si cela anche dietro certe nefandezze politiche. Tocca a noi allora sostenere certi atti di bellezza e legalità, dandogli voce e imparando a conoscerli meglio. Credo, e spero, che anche notizie come questa, che scuotono le coscienze, siano capaci di infondere forza e speranza. Nonostante tutto.

  5. Questa è un’altra delle tante piaghe della nostra bella Italia: da una parte si chiede collaborazione per combattere il mondo mafioso caratterizzato dal silenzio dell’omertà, dall’altra si abbandona quanti hanno il coraggio di mettere in gioco la propria vita e quella dei propri cari per combattere, da soli, una battaglia che, senza il dovuto auto da parte delle istituzioni, sembra essere persa in partenza.

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