‘Missing’, i migranti senza traccia

Numeri al posto dei nomi. Questa è la sorte degli immigrati morti e non ancora riconosciuti a cui è stata data sepoltura in varie località italiane. Uomini, donne, bambini inghiottiti dall’invisibilità e da politiche europee ferme all’idea che i flussi migratori siano un’emergenza. Mentre i numeri fanno i conti con l’attualità e la storia di tutti i giorni.
Più di 6600 persone morte, tra il 2015 e la prima metà del 2016, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, senza contare i decessi non registrati. “La maggior parte di questi cadaveri sono sepolti senza identificazione, (…) e migliaia di famiglie dei Paesi d’origine dei migranti sono ignare della sorte dei loro cari”. Questi i dati contenuti nel ‘Mediterranean Missing’, un progetto realizzato a più mani dall’Università di York, dalla City University di Londra e dall’OIM Centro Analisi dei dati sulle pratiche di identificazione delle salme.

Nel terzo anniversario della più drammatica delle tragedie dei migranti nel Mediterraneo, che a pochi chilometri dall’isola di Lampedusa registrò la morte di 387 persone, il numero dei migranti morti nel tentativo di approdare verso un nuovo futuro non è diminuito. Anzi: “un numero crescente di morti violente fanno del 2016 l’anno più tragico da quando l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM) ha cominciato a registrare i decessi dei migranti nel 2014” si puntualizza nel progetto. Una tragedia che ricade inesorabile sulle famiglie, genitori coniugi o figli di questi migranti senza tracce. “La maggior parte non ha più notizie sulla sorte dei parenti ed è bloccata in una condizione di ambiguità, tra la speranza e la disperazione. La perdita ambigua è il tipo di perdita più stressante, proprio perché rimane insoluta” come si legge nel documento del progetto a cui hanno aderito 84 famiglie provenienti da Tunisia, Siria, Iraq, Palestina ed Egitto i cui famigliari sono scomparsi migrando e che sono stati intervistati per capire la loro condizione.
“I bisogni delle famiglie sono chiari – come riporta il Mediterranean Missing Project – cercano una risposta, una soluzione alla mancanza di chiarezza riguardo alla sorte dei dispersi, sono vivi o morti? In un caso o in un altro, vogliono anche sapere dove sono i parenti scomparsi. Alcuni membri della famiglia hanno preso parte ai tentativi di identificazione dei loro cari, tra cui la pratica spesso traumatica di esaminare i corpi negli obitori o le foto dei cadaveri. Molti hanno condiviso campioni di DNA con le istituzioni in Europa ma in pochi hanno ricevuto risposta”.
Nonostante le buone pratiche, di cui la Sicilia è terreno di prova, con il recupero dei corpi e le successive indagini attraverso la raccolta di informazioni contenute in banche dati e le interviste ai sopravvissuti, rimane un vuoto politico attorno al problema “segnato da una collaborazione minima fra i differenti enti statali, una mancanza di indagini efficaci e da tentativi ridotti di contattare le famiglie dei dispersi. Ciò ha comportato che i cadaveri venissero sepolti con scarse conoscenze di qualsiasi disposizione religiosa e culturale o dei diritti delle famiglie dei deceduti”.
E parlare di diritti delle famiglie dei migranti deceduti potrebbe sembrare, ora più che mai, come fare ‘il passo più lungo della gamba’. Una gamba che già zoppica vistosamente nel gestire i sopravvissuti e decidere della loro sorte, e che quindi arranca di fronte alla ricerca delle verità sui dispersi e sui morti in circostanze su cui indagare. “Le politiche non sono state ideate per affrontare esplicitamente la questione delle morti dei migranti in arrivo o in viaggio verso l’UE, né i diritti delle famiglie. L’UE, tuttavia, non ha le competenze per garantire che i diritti umani dei migranti siano tutelati. La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali è alla base degli obblighi del Trattato, tra cui l’obbligo assoluto di impedire la perdita di vite umane e l’obbligo assoluto di indagare sulle morti sospette” puntualizza il progetto internazionale. “La legge internazionale sui diritti umani esige che non vi sia differenza fra la morte di cittadini comunitari ed extracomunitari, e che debbano essere prese delle misure per prevenire e indagare su queste morti. Il vuoto politico presente negli Stati analizzati nel progetto indica che non tutti questi obblighi vengono riconosciuti o messi in pratica”.

Nella sua drammaticità, di disastro di massa, quella del 3 ottobre 2013 è una data che ha segnato comunque un nuovo modo di intendere la realtà dei flussi migratori. Guardando a questi uomini, donne, bambini come persone destinatari di diritti umani inviolabili. Così inizia, faticosamente, ad essere almeno per una parte dell’opinione pubblica. Le politiche migratorie invece, su cui l’Ungheria ha in queste ore scritto una pagina controversa, sono lontane da approdi sereni. Navigano in alto mare, sempre più lontane dalla terra degli umani e dell’accoglienza. E soprattutto senza rischiare capovolgimenti e annegamenti.

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8 Pensieri su &Idquo;‘Missing’, i migranti senza traccia

  1. Ritengo che non ci sia nessuna volontà politica di indagare e contrastare il fenomeno del traffico di esseri umani. Penso che le mafie nostrane siano tra le organizzazioni criminali che guadagnano enormi quantità di denaro da tali attività illecite, con pesanti ripercussioni sulla nostra società.

    • Condivido in pieno, Daniele. Per questo credo che oltre che istituire una Giornata della memoria come quella odierna servirebbero azioni concrete a sostegno di queste persone lasciate morire o rispedite a morire nel loro paese.

  2. Nella disperata e drammatica questione dei migranti c’è tutto il fallimento della politica dell’accoglienza. Ieri ho visto in tv fuocammare, che è una finestra aperta sul dramma dove alla forza, tenacia e umanità dei pochissimi (tutti i volontari di Lampedusa) si alterna il vuoto quasi totale della gestione amministrativa e sociale.
    La presenza di tombe senza nome è in crescita e la difficoltà di “ricollegare” le sorti delle vittime è affidata ai pochi che lavorano principalmente di volontà e senza fondi.
    Purtroppo, come in tutto quello che riguarda l’umanità, negli ultimi decenni molte notizie non ci scuotono più. Tutto dura il tempo di un telegiornale o di un film, ma la verità è che il mondo è imploso ed è malgestito. La crisi che stiamo vivendo è prima etica e sociale e poi politica, economica etc… e questo ci rende emotivamente distaccati ida una tragedia che imperterrita si svolge sotto ai nostri occhi.

    • La questione del volontariato e del terzo settore che riescono a intervenire sulle falle dei governi è ormai l’ancora di salvezza per tanti, comuni cittadini o istituzioni. La prassi più diffusa attualmente è quella di delegare altri per gestire/risolvere le questioni più spinose, diventando sempre più incapaci di dare il proprio contributo per quanto minimo possa essere. E negli anni la gestione dell’informazione, affamata di immagini cruente e di violenza priva di contenuti, ha accelerato l’assuefazione e l’indifferenza delle persone. Grazie delle tue riflessioni.

  3. Innanzi tutto mi complimnto per la sua bravura nell’ esporre in modo chiaro e analitico un fenomeno tanto complesso nel quale
    si inseriscono altri problemi di natura etica , politica , economica e sociale. Ma io mi chiedevo nel leggere il Suo articolo , dove fosse
    l’ Europa; se esiste davvero , o se è solo una illusione, un fantasma.L’ Europa voluta concretamente solo per motivi economici, mi sembra come un bambino nato prematuro. Nato e
    voluto da pochi uomini illuminati , intellettuali e sovranazionalisti.
    La storia ci giudicherà , impietosamente. Verranno a galla tutte le
    ipocrite scuse che animano i dibattiti ed in questo sfacelo totale,il Regno Unito ha pensato molto pragmaticamente ed egoisticamente di venirne fuori !. Lasciando noi da soli a tentare di
    risolvere i problemi piu grandi delle nostre individuali miserie!!! Solo
    la ns . fede Cattolica c’ impedisce di comportarci come l ‘ Ungheria
    o la Svizzera e pensare, che questi paesi sono più simili a noi che
    altri!!!!. MAH!!!!!!…. Che Dio abbia pietà di noi !!!! e non ci condanni!!!.

    • Grazie Cesare dell’apprezzamento. L’Europa esiste, ma nonostante la sua posizione geografica lo prevedesse non è stata concepita per accogliere. Sono Europei in termini di comunità sociale i singoli, le piccole comunità che hanno saputo gestire l’arrivo dei migranti, includendoli anche nella quotidianità. Come persone, non come immigrati. È questa capacità che manca all’Europa dei grandi.

  4. Complimenti, ancora una volta hai saputo evidenziare, con particolari dettagliati, un problema sociale di gande attualità e dalle soluzioni sempre più difficili e complesse che, al momento attuale, sembrano essere irraggiungibili. L’articolo invita a riflettere su problematiche che spaziano a largo raggio investendo numerosi settori di natura politica e sociale.

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