I bambini e ragazzi morti di guerra

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Di fronte a dei bambini e innocenti strappati alla vita non esistono bandiere. Né guerre che giustifichino la loro morte. Anche quando a contendersi da secoli dei diritti, e una terra su cui piantare quelle bandiere, sono Israele e Palestina.

La morte di tre ragazzi israeliani di 19 e 16 anni, la cui notizia è stata diffusa meno di 24 ore fa, ha colpito fortemente (come è normale che sia) lo Stato israeliano, che oltre a dichiarare lutto nazionale ha sancito che “Hamas è responsabile e la pagherà”. Ma lasciando sullo sfondo per stavolta la questione politica e storica che attanaglia da troppo tempo due popoli e due religioni, resta la tragedia di altri giovani o bambini strappati alla vita.

Nel caso dei tre ragazzi israeliani, la loro morte si è ridotta a strumento per l’ennesimo e preoccupante ultimatum. Contemporaneamente, in Palestina, continuano a morire di guerra migliaia di bambini anche di pochi anni massacrati senza una ragione.

D’altronde non c’è spazio per la pietà, dove c’è guerra. Ma anche lontano dalla Striscia di Gaza e dai territori presidiati, non ci sono angoli dove trova spazio la pietà. Anche a nord del Mediterraneo si dà un peso diverso ad ogni morte ingiusta: quanto valgono cento bambini palestinesi trucidati, più o meno di tre ragazzi con il kippah di cui nel mondo resta una foto sorridente?

Mentre i dibattiti da bar di politica internazionale proseguono, continuano a morire di indifferenza e di guerra le future generazioni. Non smettiamo allora di provare orrore per ogni singola morte, qualunque sia la bandiera che la rivendica, e non giustifichiamo più un omicidio come un’inevitabile vendetta. Ancora meno quando a fare pubblicità ad una guerra sono migliaia di giovanissime vite spezzate.

Perché non c’è ragione per cui una Kefiah non possa stare nello stesso cassetto con un Kippah.

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