Roma, ingresso villa confiscata via Kenia 72

La villa confiscata e contesa -Viaggio tra i beni confiscati #4

Ci sono due ville a Roma, confiscate dal 2014 alla mafia e frutto di proventi illeciti da milioni di euro, che continuano a sollevare un vespaio di polemiche. Due ville che secondo i male informati erano tre. Due ville di cui almeno una si diceva avesse all’esterno anche una piscina, che in realtà nessuna delle due abitazioni possiede. Due ville, una abitazione e l’altra accatastata come ufficio, della cui confisca e destinazione sociale gli abitanti della zona hanno saputo per caso, a distanza di tempo. Continua a leggere

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Non chiamatela Scuola

“Non ammesso/a”. Da ieri migliaia di piccoli, potenziali, studenti di scuola materna a Roma hanno avuto la loro sentenza. Per loro non c’è spazio in una delle poche e malconce scuole che popolano le periferie della Capitale. Una scuola, quella dell’infanzia, piena di contraddizioni.

Dove le maestre, come le colleghe della scuola primaria e secondaria, si confrontano con contratti precari e con strutture e luoghi di lavoro fatiscenti. Insegnanti che, nonostante queste premesse, devono avere la lucidità di gestire 25/30 bambini dai 3 ai 5 anni. Mondi dell’infanzia distanti tra loro, per età ed esigenze, che spesso devono convivere in piccole stanzette o in risicati ‘open-space’ dove mancano i più elementari sistemi di sicurezza. Continua a leggere

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Mafiosi per nascita

Ci si affilia alle mafie perché cooptati dai clan, che rovistano nelle pieghe dimenticate della società dove l’illegalità viene considerata l’unica risorsa. Ma si viene affiliati alla criminalità anche per nascita. E non perché a deciderlo sia il DNA, ma perché i nati in famiglie di mafie sono destinati ad un imprinting che condizionerà la loro esistenza. Sono figli di uomini o donne che vivono in carcere per una condanna e che vedono solo da dietro le sbarre, o di latitanti o, peggio, di morti ammazzati. Sono fratelli e sorelle di ragazze che si sposano con soggetti appartenenti ad altre famiglie mafiose con lo scopo di rendere più potente il sodalizio mafioso. Sono figli, in particolare, di donne che in quanto madri hanno il compito di trasmettere ai discendenti il modello mafioso, incitando questi ragazzi alla vendetta. Continua a leggere

Bambini

Sono solo Bambini

Immigrati e rifugiati. Soldati armati, e poi corpi senza vita sulle strade di città distrutte dalla guerra. Corrieri della droga. Detenuti in carcere. Stranieri e italiani.

Così, con status e ruoli con cui vengono mascherati e descritti dai “grandi”, si parla dei bambini e dei minori negli ultimi anni e mesi, soprattutto. Loro che allungano la lista dei nuovi poveri, e che dalla povertà non hanno strumenti per difendersi. Loro che non conoscono la differenza tra “bianchi, neri e gialli” se non per il colore delle magliette, e che vengono allontanati dalle periferie italiane e dai loro nuovi amici coetanei perché immigrati e “fonte di degrado”. Loro che rappresentano la speranza di un futuro migliore, e che vengono allenati all’illegalità e alla morte dalle mafie, spesso dalle loro stesse madri. Loro che sono figli della modernità, viziati a volte dalle nuove tecnologie, ma che si confrontano presto con la solitudine a cui la vita frenetica degli adulti li condanna. Loro, e tutti gli altri, sono semplicemente bambini e ragazzi. Continua a leggere

I bambini e ragazzi morti di guerra

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Di fronte a dei bambini e innocenti strappati alla vita non esistono bandiere. Né guerre che giustifichino la loro morte. Anche quando a contendersi da secoli dei diritti, e una terra su cui piantare quelle bandiere, sono Israele e Palestina.

La morte di tre ragazzi israeliani di 19 e 16 anni, la cui notizia è stata diffusa meno di 24 ore fa, ha colpito fortemente (come è normale che sia) lo Stato israeliano, che oltre a dichiarare lutto nazionale ha sancito che “Hamas è responsabile e la pagherà”. Ma lasciando sullo sfondo per stavolta la questione politica e storica che attanaglia da troppo tempo due popoli e due religioni, resta la tragedia di altri giovani o bambini strappati alla vita.

Nel caso dei tre ragazzi israeliani, la loro morte si è ridotta a strumento per l’ennesimo e preoccupante ultimatum. Contemporaneamente, in Palestina, continuano a morire di guerra migliaia di bambini anche di pochi anni massacrati senza una ragione. Continua a leggere

Bimbi in prigione, l’altra faccia invisibile del carcere

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Essere figli di genitori detenuti in carcere non è facile. Lo è ancora meno nascere dietro le sbarre, condividendo i problemi strutturali e di vita degli istituti penitenziari italiani con la propria madre. Decine di bimbi da zero a tre anni, dall’allattamento ai primi passi ai giochi all’aperto, conoscono come unica realtà il carcere. Ad oggi sono 16 gli asili nido penitenziari in Italia, in cui sono recluse 51 madri con 52 bambini. Questi i dati registrati a dicembre 2013 nel rapporto dell’Associazione Antigone. Me ne ero occupata poco prima che venisse divulgato questo testo, ma la questione non ha ancora ottenuto l’impegno fattivo che merita. Un importante segnale è arrivato con “La Carta dei figli dei genitori detenuti”, sottoscritta dal Garante per l’infanzia e l’adolescenza dal Ministro della Giustizia e dall’Associazione Bimbisenzasbarre Onlus, di cui si attende ancora l’applicazione da parte del governo. Esiste una Carta dei diritti del fanciullo, ed è già drammatico pensare che ci sono bambini nel civilizzato occidente che non riescono ad usufruirne. Storie di vite senza colpa in ombra da conoscere e da (ri)leggere…

 

Vivono in prigione, da innocenti. Sono i 41 bambini, al di sotto dei tre anni, che in Italia condividono con le madri detenute la vista quotidiana delle sbarre di un carcere. Continua a leggere

FIOCCO-VIOLENZA-DONNE

L’orrore e la paura del mostro

“Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio, e i figli si leveranno contro i genitori e li uccideranno”. Mi sono ricordata di queste drammatiche parole del Vangelo di Marco leggendo la notizia dell’omicidio di una giovane donna di 38 anni e dei suoi due figli di 5 anni e 20 mesi a Motta Visconti per mano del marito/padre. L’orrore come meno te lo aspetti. Quello di un uomo che uccide la moglie, sgozzandola con un coltello, perché invaghito di una collega. Un ennesimo “ominicchio”, come lo chiamerebbe forse Sciascia, che diventa assassino perché questo gli restituisce il controllo della situazione e della sua vita. Continua a leggere