Caporalato, tutto il nero della holding criminale

“Lo sfruttamento non c’è. Se c’è riguarda poche decine di lavoratori stranieri su un totale di 1.000/1.200 ed anche 1.500 occupati a stagione. Un numero irrisorio. E non ci sono neanche i caporali, e tantomeno i caporali collusi con la delinquenza locale”. Questo sostiene un imprenditore di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, che gestisce un’impresa locale di dimensioni medio piccole in cui la produzione di pomodoro rientra tra le ‘mission’ aziendali. Dichiarazioni contraddette dalla confessione di un ex caporale, Francis, le cui parole sono raccolte nell’ultimo Rapporto sul caporalato di Flai Cgil. Francis, 30 anni del Burkina Faso, ha fatto il caporale per quattro anni, e nel 2015 ha deciso di smettere per motivi religiosi. Nell’estate del 2009 arriva in Italia e un amico gli propone di andare a Foggia per la raccolta dei pomodori. Francis accetta, ma dopo circa un anno di lavoro il suo caporale gli propone di aiutarlo. Francis ha la patente, il caporale no e rischierebbe il sequestro del furgone. Inizia così a prendere dimestichezza con la burocrazia nel settore agricolo, e dopo poco inizia a reclutare braccianti.

Inizia così la sua vita da caporale, alle dipendenze di altri caporali. E attraverso le sue dichiarazioni di “caporale pentito” mette in luce la gerarchia che tiene in piedi tutta la holding del caporalato, al cui vertice spesso ci sono italiani.
“Io appartengo al gruppo di caporali/lavoratori, nel senso che stiamo con la squadra, ma ci sono caporali che trasportano solo le persone e poi svolgono altre attività illegali. Questo è il motivo che mi ha spinto ad uscire dal giro. È un giro sporco” dice Francis nel Rapporto sul caporalato. Francis vive in un casolare, e in ogni casolare ci sono due/tre caporali. E alcuni non si limitano a gestire i braccianti e accompagnarli sui campi. “Vendono anche droghe, portano a prostituirsi le donne, hanno rapporti con la criminalità locale e per ogni cosa chiedono soldi ai lavoratori dicendogli che non lavoreranno più se non accettano le loro condizioni”.

TipologieCaporalato

Forme e gradi di caporalato

E prosegue spiegando come è organizzata la “scala dei caporali”: “E’ composta da un italiano all’apice, poi da un caporale straniero e poi dagli autisti. Quando il capo è un italiano vuol dire che è davvero un boss, poiché gestisce anche 10/15 furgoni, ed anche di più. Anche fino a 20. Di questi boss tutti hanno paura – riferisce Francis – I proprietari dei campi da una parte danno l’incarico a questi caporali per trovare lavoratori, dall’altra ne hanno anche paura poiché sono delinquenti e poco di buono. Ma gli imprenditori comunque ci guadagnano sempre, e sempre fanno guadagnare il caporale boss”. Francis tra i soldi del trasporto e la vendita dei prodotti, nel ruolo di caporale /lavoratore, riscuote circa “200 euro al giorno, ovvero circa 2.400 euro a settimana, di cui 500 sono per sé e il resto lo riversa al suo capo. Inoltre, lavorando anch’egli nei campi, guadagna altri 40/50 euro” come spiega il Rapporto. Francis, da caporale, guadagna così 700/800 euro a settimana, 3/3.500 euro al mese.

“A Palazzo (San Gervasio, ndr) i caporali più potenti sono tutti italiani e sottostanno agli ordini di un capo riconosciuto – prosegue Francis – I caporali italiani, insieme al loro boss, possono imporre le loro regole anche agli imprenditori, ma i caporali stranieri devono sempre aspettare l’ingaggio da parte delle aziende. Non sono in grado di imporre i loro braccianti. Questa è la differenza, in termini di potere e di intimidazione, tra gli uni e gli altri”.
E anche i guadagni sono maggiori per i caporali italiani. “Il capo dei caporali italiani – afferma Francis – può arrivare a guadagnare anche 200.000 euro al mese e non è un’esagerazione. E i suoi aiutanti altri 70/100.000. Un caporale straniero, il più potente, non arriva a 30.000 euro e quelli che lo aiutano arrivano ai 10/15.000 al massimo. I caporali come me guadagnano ancora di meno, circa 3/5.000 euro e qualche volta 7.000”.
Così la criminalità organizzata si nutre del lavoro di italiani e stranieri, in collaborazione con la delinquenza straniera. Una holding che, insieme al business delle Agromafie, frutta tra i 14 e i 17,5 miliardi di profitti solo in Italia. Questo è il lato nero, sommerso, di un settore lavorativo che se riabilitato creerebbe opportunità di lavoro e crescita per quel Sud che anche nell’agricoltura può costruire la ripartenza.

Un lato nero dell’economia illegale che non risparmia dalla schiavitù né italiani né stranieri. Che gioca con la dignità delle persone e con le vite di migliaia di uomini e donne, rivendute per pochi euro di pomodori o arance. Vite spesso spezzate, non tanto dal sole cocente che spesso non risparmia chi lavora incessantemente chino sulla terra per pochi euro al giorno, ma anche da quella criminalità che mentre si presenta come chi ‘dà lavoro’ lucra fino all’ultimo respiro su quelle stesse vite. E a lucrare ci sono anche gli imprenditori che ingaggiano i caporali per reclutare i braccianti: una zona grigia del fenomeno a cui neanche il recente disegno di legge (Ddl 2217) ha posto rimedio.
Anche la piramide delle responsabilità è ben strutturata, ancora.

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7 Pensieri su &Idquo;Caporalato, tutto il nero della holding criminale

  1. Sono completamente d’accordo con la denuncia, e come più volte ribadito l’evasione fiscale sia un pilastro fondamentale delle organizzazioni criminali.I mancati controlli e l’applicazione delle leggi esistenti rendono inesistente il mercato del lavoro in tutta la nazione e favorisce il proliferare del traffico di esseri umani.

    • È proprio questo che produce la criminalità: non lavoro ma sfruttamento e speculazione attraverso un aggiramento delle norme fiscali. E in un contesto di maggiore consapevolezza come quello attuale ci si aspetterebbe un intervento decisivo legislativo, ma così non è. Grazie del contributo, Daniele.

  2. la costruzione è perfetta, ed i ricavi altissimi ed alti sono i danni per il cittadino onesto che rispetta le regole sono evidenti. Ma perchè tutto questo è possibile ? Perchè il cittadino onesto che sa non denuncia ? Perchè lo straniero ” vittima ” spesso nel tempo crescendo diviene carnefice ?!?… Ignoranza o convenienza ?!???… Perchè chi ha il compito di intervenire non fa il proprio dovere sino in fondo ??. Forse ha paura ? Forse per viltà ? Forse per ” incopetenza ” ?!?.. E intanto il bubbone cresce , cresce, divenendo una tela ben compatta e non piu’ districabile . E cosi l’ illegalità diventa la regola non perchè sia sentito come un dovere imposto da una norma del diritto naturale , ma come una camicia di forza da cui nessuno è capace di liberarsi del tutto .
    Di tutto cio’ chi è il colpevole ? TUTTI NOI . Il che equivale a dire
    NESSUNO ! Riflettiamo , cercando di darci una risposta alle domande di cui sopra . Una volta tanto , siamo coerenti con la nostra coscienza, e vedremo che la soluzione esiste , se mettiamo
    da parte i nostri singoli egoismi !!!!.
    Da ultimo , vorrei fare i miei più sinceri complimenti alla Brava ANNA , per tutto quello che fa , sempre , in modo preciso e corretto .!!!! GRAZIE ..!! da parte di tutti noi . Razza ..in ….Estinzione.

    • Grazie anche a te Cesare dell’apprezzamento e delle riflessioni. L’unica annotazione la farei all’affermazione che “Tutti noi equivale a nessuno” in termini di colpe. Le colpe se sono di tutti, specialmente quando deleghiamo l’attenzione verso gli altri, non si annullano. Rimangono tali. Ognuno ha il dovere di fare quello che il proprio ruolo gli permette, fosse anche indignarsi. L’illegalità si sconfigge anche assumendosi, ognuno, la propria responsabilità.

  3. Ti ringrazio Anna per la chiarezza con cui esponi la piaga. Vivo a nord e in altra forma, nei servizi e nella logistica, ma non solo, ci sono forme di sfruttamento non dissimili, con false cooperative e reclutamento a distanza, anche nei paesi di origine degli immigrati. La cosa è nota a tutti, procure comprese, che hanno poche armi per controbattere questa forma di schiavitù sottotraccia. Ne abbiamo parlato più volte, anche pubblicamente con convegni sul tema, poi tutto si arena e diventa materia di lotta alla povertà. Senza una attenzione forte e costante e senza leggi che tutelino il lavoro saltuario al più ci si nasconde dietro al voucher. Poco, troppo poco per un governo che dovrebbe essere riformatore e garantista nei diritti fondamentali, compreso quello delle aziende per bene.

    • Grazie intanto del tuo prezioso contributo. La realtà dello sfruttamento è variegata e quello che deve finalmente emergere è che è trasversale. Purtroppo non c’è una sensibilità istituzionale che permetta di sfornare leggi adeguate a inceppare il sistema e costruire una rete di controlli efficaci. E il fatto che all’apice di questa piramide dei caporali ci siano boss italiani peggiora le cose. Quello che si deve intanto fare è suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica, di cui peraltro fanno parte anche tanti sfruttati.

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