Testimoni ed esuli di (in)giustizia

Sono 83 in Italia gli uomini e le donne che hanno scelto di denunciare i soprusi e la violenza delle mafie. Una piccola comunità di cittadini italiani che dopo avere testimoniato, aprendo così le porte del carcere a tanti esponenti della criminalità, da anni lotta per riavere una vita dignitosa. Vite di cui poco si parla, al punto che i testimoni di giustizia (ex imprenditori, commercianti, o semplici onesti cittadini) vengono spesso confusi con i collaboratori di giustizia (meglio noti come “pentiti”) che provengono dalla malavita e hanno deciso di collaborare con la giustizia.

Cittadini resi invisibili, non tanto e non solo dalla scelta coraggiosa di aver detto No alle mafie ma dalle istituzioni incapaci di attuare la legge 45 del ’91, che prevede tutele per il testimone di giustizia e la sua famiglia e anche il diritto ad un lavoro nella pubblica amministrazione. Continua a leggere

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CampoRom-container

Campo rom Salone, una ‘riserva’ da cui uscire integrati

Vivono in container sovraffollati, sorvegliati da decine di telecamere. I nomadi del campo di Salone provano a costruirsi ogni giorno la loro quotidianità e normalità, con un impegno nel cassetto: riuscire ad integrarsi. Questa è la vita dei rom che popolano il Campo di Salone nella periferia est di Roma, una delle realtà più contestate e la più conosciuta della Capitale. Un popolo, perennemente ospite, che dopo l’incidente mortale di via Boccea causato da tre giovani rom in fuga rischia di consolidare il male del razzismo e quello, peggiore, del qualunquismo su un intera comunità.
Un articolo di qualche anno fa che resta sempre attuale, un reportage fatto tra i container e le telecamere del Campo rom di Salone.
Uno spunto di riflessione. Una storia da (ri)leggere…

È una vita parallela quella dei nomadi che popolano il campo di via di Salone. Un’area recintata, e sorvegliata 24 ore su 24 da telecamere, dove alcune case-container di pochi metri sono abitate da decine di persone mentre altri container rimasti vuoti vengono abbandonati a se stessi. Continua a leggere

diritti_infanzia

Non chiamatela Scuola

“Non ammesso/a”. Da ieri migliaia di piccoli, potenziali, studenti di scuola materna a Roma hanno avuto la loro sentenza. Per loro non c’è spazio in una delle poche e malconce scuole che popolano le periferie della Capitale. Una scuola, quella dell’infanzia, piena di contraddizioni.

Dove le maestre, come le colleghe della scuola primaria e secondaria, si confrontano con contratti precari e con strutture e luoghi di lavoro fatiscenti. Insegnanti che, nonostante queste premesse, devono avere la lucidità di gestire 25/30 bambini dai 3 ai 5 anni. Mondi dell’infanzia distanti tra loro, per età ed esigenze, che spesso devono convivere in piccole stanzette o in risicati ‘open-space’ dove mancano i più elementari sistemi di sicurezza. Continua a leggere

Mafia non esiste

Roma, un capitale per la mafia

Da qualche giorno a Roma, nella Capitale intoccabile, alcuni si sono resi conto loro malgrado che esistono le mafie. Una realtà che forse per molti, tra comuni cittadini e istituzioni, non era riconoscibile. Perché parla in dialetto romano, perché non è catalogabile sotto un unico nome (‘ndrangheta, camorra, mafia…), perché colmando i tanti spazi vuoti lasciati dalle amministrazioni locali – e non solo – in tanti la sfiorano, ci parlano, le chiedono favori quotidianamente.

E’ lì, pronta a creare posti di lavoro con una telefonata all'”amico” di turno. Pronta a fornire finanziamenti ad aziende del territorio, con la clausola di intascare almeno il 50% del finanziamento stesso pur non partecipando direttamente o apparentemente all’azienda. Tutto caratterizzato sempre da un fiuto per gli affari indiscutibile. Perché quei soldi, frutto di favori, vengono reinvestiti e alimentano numerose attività commerciali e professionali sparse per la Capitale. Continua a leggere

Degrado Settecamini

Il degrado (s)comodo

Parlare di periferie e di degrado, dopo decenni di silenzio, si può. Accade su Tv7 dove ieri sera finalmente si è parlato delle periferie romane degradate, come Settecamini e Torre Angela che ho imparato a conoscere direttamente, mostrando ai romani e agli italiani cosa è il vero degrado. Quello ad esempio di una scuola elementare, da mesi parzialmente chiusa per lavori e dichiarata pericolosa, dove negli spazi ancora accessibili (mai messi in sicurezza) continuano a vivere i piccoli studenti e i docenti. Quella di “aree verdi” ridotte a giungle dalla negligenza delle amministrazioni comunali, e spesso “salvate” e in parte ripulite dalla costruzione dell’ennesima cattedrale nel deserto: palazzine spesso rimaste vuote. E anche il degrado dei parchi per bambini, circondati da sporcizia e spesso distrutti dall’incuria. Qui dove solo la natura, che prende il sopravvento, nasconde le brutture e il degrado. Dove i cittadini da anni si rimboccano le maniche sostituendosi di fatto a servizi pubblici mai forniti, anche se anticipatamente pagati. Qui dove tutto parla di interessi economici neanche tanto mistificati. Continua a leggere

Precari Istat sciopero

Precariato Istat a scadenza

Hanno ancora il fiato sul collo. Come tutti i precari, d’altronde. Ed essere precari della pubblica amministrazione non li ha tutelati più di altri. Così a distanza di più di un anno da quando avevo parlato con alcuni di loro, i precari dell’Istat continuano a non sapere cosa ne sarà del loro contratto perennemente in scadenza. Gli incontri, le tavole rotonde sono proseguite: l’ultimo incontro significativo dello scorso 31 ottobre ha di fatto imposto nuovi confronti tra l’amministrazione e i sindacati (qui il resoconto dalla giornata). 373 contratti agonizzanti per i quali nessuno è riuscito, e ha voluto, concretamente trovare una cura. Anche economica. Perché il timore, che segue alle tante promesse, è anche quello che non ci siano soldi sufficienti a prorogare i contratti fino al 31 dicembre 2020. Vite sospese, che nel frattempo mandano ugualmente avanti con professionalità interi settori dell’ Istituto di Statistica italiano. Una vicenda ancora attuale, da (ri)leggere… Continua a leggere

Marica Roberto

Fata Morgana e le mafie (S)disonorate

Le femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le mie sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano la vita, parlano, riparlano. Fiumi in piena sono”. Così Marica Roberto, attrice e autrice siciliana del potente testo teatrale “La Fata Morgana, fantasia su un mito”, fa memoria delle donne “sdisonorate” (citando il titolo del dossier dell’associazione DaSud, da cui trae spunto la piece). Donne libere, e per questo uccise dalle mafie, a cui il teatro ha ridato la parola. E un volto, quello del mito femminile di Fata Morgana che, dalle acque dello stretto di Messina alle tavole di legno del palco del Teatro Lo Spazio a Roma, ha fatto rivivere le sue “sorelle” morte ammazzate. Continua a leggere

Protesta

#Iniquocompenso, mai più precari

Parlando di diritti negati, non posso esimermi dal parlare di un argomento che mi tocca da vicino. Quello del recente accordo sull’equo compenso ai giornalisti, che condona per legge la precarietà di un’intera categoria. Sì, perché la categoria dei giornalisti è quella che vanta tra i più alti tassi di precarietà al limite della sopravvivenza. Pochi spicci per un articolo, un impegno che porta via tempo e denaro speso in telefonate e benzina.

Un problema che rischia di estendersi anche a chi giornalista non lo è. Ovvero chi ogni giorno legge le notizie e vuole informarsi. Come pensate si possa lavorare serenamente, a volte 24 ore su 24, per 250 euro al mese? Si può svolgere un’inchiesta a queste condizioni e, per la necessità di un pasto quotidiano e di un tetto sotto cui vivere, fare contemporaneamente altri lavori? Voi ci riuscireste? Continua a leggere

Razzismo periferico (perché si sappia)

Nella periferia nordest di Roma si festeggia con pasticcini, spumante e balli improvvisati in una piazza di quartiere. Non è per una festa patronale, ma per la revoca dell’apertura di un centro di accoglienza per immigrati. Negli ultimi mesi, chi manifestava giustificava il rifiuto del centro dicendo che avrebbe portato “degrado ulteriore al quartiere” e rifiutava qualunque appellativo di razzista. Premesso che associare il termine degrado ad un essere umano – magari perché ne(G)ro, arrivato su un barcone e “rifugiato politico” – non credo sia segno di grande rispetto verso gli altri. Premesso ciò, aggiungo che il vero degrado lo creano le situazioni di sovraffollamento che tanti centri di accoglienza vivono, dove anziché vivere 100 persone se ne ospitano 500. Spesso anche per mancanza di altre strutture, che nessuno vuole sotto casa. Ma la disumanità, di far vivere uomini, donne e bambini spesso molto piccoli stipati in spazi angusti, è questa una vera fonte di degrado.
Menomale che la richiesta di revoca, e il suo accoglimento, è coincisa con quest’ultima campagna elettorale. Facendo scomodare persino l’antirazzista Borghezio a partecipare alle proteste, nella periferia già dimenticata della Capitale. Bravi!, perché è questo che volete sentirvi dire.
Ora fate un altro piccolo sforzo, e da ora in poi almeno abbiate la coerenza di lasciarvi associare anche voi, come quegli immigrati fonte di degrado, ad un termine che vi è poco gradito: Razzismo.