Migranti, Storie di straordinaria accoglienza

La condivisione come strumento di integrazione. Lo sa bene Maria Anna Patti, biologa siciliana di Alcamo con la passione per la divulgazione della letteratura (ideatrice del profilo Twitter @CasaLettori che dal 2014 propone hashtag culturali capaci di coinvolgere migliaia di follower) e per il tema delle migrazioni che “come siciliana è quello che mi è più vicino”, come lei stessa mi ha spiegato. Una vicinanza che negli anni è diventata impegno, prima con la creazione del Forum Antirazzista Siciliano e poi con la decisione di aprire le porte di casa e le braccia sue e di tutta la famiglia a tanti migranti, diventando per loro una “mamma” che li accoglie e che adotta il loro desiderio di integrazione. Continua a leggere

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Il Capodanno del ‘Primo Marzo 2010’

Sono passati sei anni da quando è stata inaugurata la prima giornata dedicata agli immigrati. Il Primo Marzo del 2010 rappresentò un manifesto dello sciopero meticcio che voleva sconfiggere il razzismo ai danni degli immigrati, uomini e donne inseriti spesso nel tessuto sociale italiano come lavoratori nei campi da Nord a Sud o come badanti, capaci di sanare i buchi del Welfare italiano. Ma anche bambini e ragazzi, figli di immigrati, seconde generazioni di nuovi italiani a caccia di integrazione. Italia, Francia, Spagna e Grecia furono i Paesi coinvolti nell’iniziativa. Gli stessi che oggi sono alle prese con la principale emergenza europea: l’approdo sempre più consistente di immigrati in fuga da terre lacerate dalla guerra.

In questi anni molto è cambiato sia nel modo di guardare alla ‘questione migranti’, italiana ed europea, sia per la nuova dimensione che ha assunto questa realtà. Si è rivestita di dolore, per i morti e per la sorte di migliaia di persone lontane solo geograficamente da noi. Stiamo, che ci piaccia o meno, imparando a capire che l’immigrazione è una condizione storica che non possiamo gestire sempre e solo come un’emergenza.
Con enorme fatica si sta iniziando a guardare ai migranti non come invasori ma come vittime di un sistema che li vede ancora schiavi. Schiavi della guerra e della povertà, schiavi del bisogno di fuggire anche a costo della vita, schiavi della censura nel loro Paese e spesso anche nelle terre di approdo, nella ‘libera’ Europa. In questi anni gli immigrati, anche quelli inghiottiti dalla criminalità e dal mar Mediterraneo, sono diventati un pezzo della nostra storia, e noi della loro.
Vi propongo allora un articolo di qualche anno fa sulle manifestazioni organizzate per il Primo Marzo.
Una realtà da comprendere, tutt’ora, e da (ri)leggere … Continua a leggere

CampoRom-container

Campo rom Salone, una ‘riserva’ da cui uscire integrati

Vivono in container sovraffollati, sorvegliati da decine di telecamere. I nomadi del campo di Salone provano a costruirsi ogni giorno la loro quotidianità e normalità, con un impegno nel cassetto: riuscire ad integrarsi. Questa è la vita dei rom che popolano il Campo di Salone nella periferia est di Roma, una delle realtà più contestate e la più conosciuta della Capitale. Un popolo, perennemente ospite, che dopo l’incidente mortale di via Boccea causato da tre giovani rom in fuga rischia di consolidare il male del razzismo e quello, peggiore, del qualunquismo su un intera comunità.
Un articolo di qualche anno fa che resta sempre attuale, un reportage fatto tra i container e le telecamere del Campo rom di Salone.
Uno spunto di riflessione. Una storia da (ri)leggere…

È una vita parallela quella dei nomadi che popolano il campo di via di Salone. Un’area recintata, e sorvegliata 24 ore su 24 da telecamere, dove alcune case-container di pochi metri sono abitate da decine di persone mentre altri container rimasti vuoti vengono abbandonati a se stessi. Continua a leggere

Razzismo periferico (perché si sappia)

Nella periferia nordest di Roma si festeggia con pasticcini, spumante e balli improvvisati in una piazza di quartiere. Non è per una festa patronale, ma per la revoca dell’apertura di un centro di accoglienza per immigrati. Negli ultimi mesi, chi manifestava giustificava il rifiuto del centro dicendo che avrebbe portato “degrado ulteriore al quartiere” e rifiutava qualunque appellativo di razzista. Premesso che associare il termine degrado ad un essere umano – magari perché ne(G)ro, arrivato su un barcone e “rifugiato politico” – non credo sia segno di grande rispetto verso gli altri. Premesso ciò, aggiungo che il vero degrado lo creano le situazioni di sovraffollamento che tanti centri di accoglienza vivono, dove anziché vivere 100 persone se ne ospitano 500. Spesso anche per mancanza di altre strutture, che nessuno vuole sotto casa. Ma la disumanità, di far vivere uomini, donne e bambini spesso molto piccoli stipati in spazi angusti, è questa una vera fonte di degrado.
Menomale che la richiesta di revoca, e il suo accoglimento, è coincisa con quest’ultima campagna elettorale. Facendo scomodare persino l’antirazzista Borghezio a partecipare alle proteste, nella periferia già dimenticata della Capitale. Bravi!, perché è questo che volete sentirvi dire.
Ora fate un altro piccolo sforzo, e da ora in poi almeno abbiate la coerenza di lasciarvi associare anche voi, come quegli immigrati fonte di degrado, ad un termine che vi è poco gradito: Razzismo.