Isolato dall’autismo e dallo Stato – La Lente in pillole

Di testimoni di giustizia e della loro vita si parla ancora poco. Di questa comunità di meno di ottanta persone si conoscono solo limitate vicende, e ad alcune questo blog ha cercato di dare voce. Eppure ci sono realtà che restano relegate a questioni private dei testimoni. Come nel caso dei familiari più vicini del testimone di giustizia, mogli o mariti e figli, che dal primo momento condividono cambiamenti, limitazioni e, in alcuni casi, continui trasferimenti da una località all’altra per ragioni di sicurezza. Questo fa sì che anche loro rientrino nello status di testimoni, anche se a volte con tutele ridotte. Continua a leggere

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O fai un figlio o lavori: i rischi della precarietà

Essere lavoratori precari, precarizza anche il resto della vita. Le scelte, le ambizioni, i progetti di vita. Per questi silenziosi eroi quotidiani (che oscillano continuamente tra il desiderio di avere un lavoro che gli garantisca una vita serena e la necessità di fare anche altri lavori per riuscire a sopravvivere) decidere di sposarsi è già una scelta coraggiosa, ma avere dei figli è addirittura un azzardo. In questo articolo che vi ripropongo sono contenuti i dati raccolti un anno fa da Cgil su un aspetto della precarietà poco conosciuto, dati preoccupanti che a distanza di un anno non sono migliorati. La causa è la mentalità che circola in tante aziende, italiane in primis, spesso più preoccupate dello status coniugale e familiare del/della candidato/a che delle sue capacità professionali. Una scelta di vita, personale, che per il datore di lavoro rappresenta spesso un pericolo da cui difendersi con contratti ansiogeni (per il lavoratore) della durata anche di un mese o con azioni di mobbing, punitive.

Ma il coraggio di non piegarsi a questi ricatti illeciti viene anche premiato, come raccontano alcuni genitori di cui ho ascoltato le diverse storie. Una realtà da conoscere e da (ri)leggere…

 

Desiderare un figlio, nell’era del precariato, è un lusso. E soprattutto un azzardo.

È così per i tanti datori di lavoro che negano l’assunzione o non rinnovano il contratto alle lavoratrici incinta. A dirlo sono i dati raccolti dal LAB della Cgil che puntano i riflettori sull’esercito invisibile dei precari, divisi tra lavoro e diritto alla genitorialità. Continua a leggere

Bimbi in prigione, l’altra faccia invisibile del carcere

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Essere figli di genitori detenuti in carcere non è facile. Lo è ancora meno nascere dietro le sbarre, condividendo i problemi strutturali e di vita degli istituti penitenziari italiani con la propria madre. Decine di bimbi da zero a tre anni, dall’allattamento ai primi passi ai giochi all’aperto, conoscono come unica realtà il carcere. Ad oggi sono 16 gli asili nido penitenziari in Italia, in cui sono recluse 51 madri con 52 bambini. Questi i dati registrati a dicembre 2013 nel rapporto dell’Associazione Antigone. Me ne ero occupata poco prima che venisse divulgato questo testo, ma la questione non ha ancora ottenuto l’impegno fattivo che merita. Un importante segnale è arrivato con “La Carta dei figli dei genitori detenuti”, sottoscritta dal Garante per l’infanzia e l’adolescenza dal Ministro della Giustizia e dall’Associazione Bimbisenzasbarre Onlus, di cui si attende ancora l’applicazione da parte del governo. Esiste una Carta dei diritti del fanciullo, ed è già drammatico pensare che ci sono bambini nel civilizzato occidente che non riescono ad usufruirne. Storie di vite senza colpa in ombra da conoscere e da (ri)leggere…

 

Vivono in prigione, da innocenti. Sono i 41 bambini, al di sotto dei tre anni, che in Italia condividono con le madri detenute la vista quotidiana delle sbarre di un carcere. Continua a leggere

FIOCCO-VIOLENZA-DONNE

L’orrore e la paura del mostro

“Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio, e i figli si leveranno contro i genitori e li uccideranno”. Mi sono ricordata di queste drammatiche parole del Vangelo di Marco leggendo la notizia dell’omicidio di una giovane donna di 38 anni e dei suoi due figli di 5 anni e 20 mesi a Motta Visconti per mano del marito/padre. L’orrore come meno te lo aspetti. Quello di un uomo che uccide la moglie, sgozzandola con un coltello, perché invaghito di una collega. Un ennesimo “ominicchio”, come lo chiamerebbe forse Sciascia, che diventa assassino perché questo gli restituisce il controllo della situazione e della sua vita. Continua a leggere