Affari 'ndrangheta

‘Ndrangheta, un’azienda da 53 miliardi di euro

Patrimoni con cifre da capogiro, una rete di connivenze solidissima. Le mafie, in questo caso la ‘ndrangheta, sono aziende ben radicate sul territorio, parassiti che si nutrono del lavoro onesto di imprenditori e commercianti. Un tarlo che divora l’economia e convince tanti ad abbandonare quei territori inariditi.

Questo è quanto emerge da un saggio pubblicato nel 2013 sull’impero della ‘ndrangheta, di cui avevo riportato le dichiarazioni degli autori.

Una realtà da (ri)leggere… Continua a leggere

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No mafia

Beni confiscati alla legalità

Circa 30 miliardi di euro, spesso inutilizzati. Sono il valore stimato dei beni confiscati alla criminalità organizzata in Italia, un tesoretto che equivale ad una Finanziaria, come ha ricordato la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi durante l’ultima edizione di LegalMente, Festival della Legalità a Firenze.

Un capitale sparso per l’Italia che ha anche un valore simbolico, perché toglie alle mafie un patrimonio, tra contanti e aziende, che gli garantisce potere e un forte radicamento sul territorio (con una rete di aziende, che fanno lavorare spesso centinaia di dipendenti). Beni, terreni e liquidità che con il riutilizzo possono essere ridestinati a scopi sociali alla collettività. Beni per i quali, al momento, è più frequente il sequestro che non un efficace utilizzo. E questo rischia di rendere improduttivo un progetto che dal 1995 ha rivoluzionato l’utilizzo della confisca. Alcuni mesi fa un altro bene confiscato a Suvignano ha rischiato di restare intrappolato nelle maglie della burocrazia e dei problemi strutturali dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati. L’attenzione dei media alla vicenda e alle richieste di Libera e dei cittadini ha permesso di salvare questa azienda. Ma per una che se ne salva, migliaia restano sospese tra le pratiche dell’Agenzia. Una realtà di cui ho parlato con il responsabile per i beni confiscati di Libera, Davide Pati. Una storia, a buon fine, su cui riflettere per comprendere queste realtà e da (ri)leggere…

Prima confiscato, poi venduto al miglior offerente. Mafie comprese.

Nel recente caso dell’azienda agricola Suvignano, posta nel cuore delle Crete senesi, potrebbero bastare 22milioni di euro per rimettere le mani sul più imponente dei beni confiscati a Cosa Nostra nel Centro-Nord. Continua a leggere