Scuola e riapertura. Sicurezza last minute

Sono iniziate da oltre un mese le vacanze estive per gli 8,3 milioni (dati MIUR) di studenti italiani. Una normale pausa estiva che arriva dopo un altro anno scolastico caratterizzato per molti dalla DAD, la didattica a distanza.

Una sosta estiva, lunga circa tre mesi, in cui anche il dibattito sulle tante condizioni di inadeguatezza delle scuole si spegne. Salvo riaprirsi, in fretta e furia, poco prima del rientro di bambini e ragazzi nelle aule. Una routine organizzativa che, già prima della pandemia da Covid-19, costringe ogni anno la comunità scolastica, per settimane, ad iniziare la didattica con carenza di insegnanti nelle classi, anche nel ruolo di sostegno a studenti disabili. Un debole dibattito sull’adeguamento delle aule, sulla loro vivibilità per studenti e docenti, sulla sicurezza degli spazi che sono spazi comuni, di condivisione, che con l’emergenza sanitaria resta arenato sulla partenza.

Lo sanno bene gli insegnanti, dalle classi elementari alle superiori, che ad ogni riavvio scolastico sono i primi a fare i conti con le lentezze burocratiche che di fatto classificano la Scuola come fanalino di coda nelle azioni politiche e istituzionali.

Come spiegano in una lettera, inviata a La Lente, tre insegnanti sarde della città di Olbia. Una lettera scritta in questi giorni di chiusura estiva, sottolineando le loro preoccupazioni sulla condizione della scuola con la mente già a settembre, alla riapertura. Come non avviene nelle stanze ministeriali, istituzionali. Non ancora. Non prima di settembre.

Una sensibilizzazione su un luogo dove si costruisce il futuro, che deve coinvolgere ognuno. Come cittadino e individuo.

Il testo della lettera:

“Non chiamatela nostalgia (si stava meglio quando si stava peggio?)

È una piacevole sera di Luglio e la situazione pandemica è apparentemente sotto controllo, così ci concediamo un paio d’ore di relax tra amiche. Tuttavia, essendo anche colleghe, i nostri discorsi virano puntualmente sul tema Scuola.

Passeggiando lungo il centro storico di Olbia, costeggiamo un caseggiato, bello esteticamente e dalle solide mura in pietra che dal 1911 al 2001 è stato sede di una Scuola elementare: qui una di noi ha mosso i primi passi della sua carriera; dopo anni di chiusura totale e interminabili lavori di riqualificazione, dal 2012 questo stabile è occupato da alcuni uffici comunali.

Chi, tra gli ultraquarantenni che leggeranno questo articolo, non ha mai insegnato o studiato in edifici di simile fattura, possenti, salubri, freschi d’estate e non eccessivamente freddi d’inverno, dagli alti soffitti, dalle aule spaziose che, oltre ad accogliere le nostre classi, ospitavano i laboratori, la bidelleria, la sala professori, la biblioteca scolastica e le neonate aule d’informatica?

Buona parte dei nostri ricordi d’infanzia sono legati a luoghi come questo, le cui mura oggi racchiudono non più vivaci, chiassose scolaresche, bensì – nella migliore delle ipotesi – uffici amministrativi, oppure – nella peggiore – arredi in disuso e tanto, tanto silenzio.

I figli del XXI secolo frequentano, per la stragrande maggioranza (quando hanno il privilegio di non trovarsi in DaD) in scuole geograficamente accentrate, moderne nell’aspetto, ma a volte senza un tetto di tegole, senza metri quadri sufficienti, con pareti di cartone e giusto due o tre tendine velate a ripararli dal sole quando i suoi raggi si fanno più insolenti da metà Aprile in poi. E con le finestre ad altezza di collo di bambino.

Durante gli ultimi decenni ci hanno gradualmente sfrattato da quelle scuole imprimendo loro il marchio dell’inagibilità, dei costi elevati di gestione e manutenzione: in nome di un bilancio che deve quadrare, ci hanno stipati in costruzioni amorfe dove si studia gelando o sudando (dipende dal contesto territoriale). Siamo stati considerati, alunni, insegnanti e collaboratori scolastici, minuscole entità numeriche sacrificabili sull’altare del risparmio economico.

L’operazione Accorpamento/Ridimensionamento, decretata nelle ‘stanze dei bottoni’ dei vari enti locali, procede selvaggia e inesorabile, noncurante dei bisogni e dei diritti della popolazione scolastica, oltre che della situazione sanitaria contingente.

La pandemia che stiamo attraversando avrebbe dovuto (e potrebbe ancora) costituire l’imperdibile occasione per invertire la rotta del taglio qualitativo e quantitativo perseguita sino ad oggi.

Stando ai fatti, tuttavia, continua a risuonare il disco rotto della ripartenza in sicurezza a Settembre, è cambiato giusto l’anno solare, addebitando le colpe di un eventuale fallimento esclusivamente alla condotta di chi non osserva scrupolosamente le regole: abbiamo l’impressione (ma speriamo ardentemente di sbagliarci) che sulle note musicali del suddetto disco non si apriranno nuove ‘danze’: non otterremo il potenziamento dell’organico e dei trasporti, non riapriranno le sedi scolastiche dismesse, né se ne reperiranno di nuove (pur sapendo che rappresenterebbero, specie nelle realtà periferiche, un’arma vincente contro la dispersione scolastica, lo spopolamento e il contagio). Si ripartirà eccome se si ripartirà, per il terzo anno consecutivo con lo stillicidio della DaD in numerosissime classi d’Italia.

Nel frattempo, tutte le altre attività, quelle che creano business, consenso e assembramento popolare a fini ludici sono già ripartite in presenza da tempo e non certo grazie alla magia di Harry Potter.

Non sarebbe fantastico se Lor Signori si prestassero a sponsorizzare e fare il tifo anche per un’Italia che non sia solo quella del pallone?

Torpè, Borore, Siniscola

Giovanna, Daniela, Lourdes.”

Scuola e riapertura (Foto: web)
Scuola e riapertura (Foto: web)

14 Pensieri su &Idquo;Scuola e riapertura. Sicurezza last minute

  1. Sono anareggiato e solidale con le tre insegnanti che hanno scritto la lettera. Ho sempre appoggiato nei miei precedenti commenti la linea della Lente, di dare la priorità all’istruzione quale miglior investimento per il futuro. Purtroppo la politica economica perlomeno degli ultimi trent’anni ha privilegiato i consumi agli investimenti, aumentando il debito in continuazione che comprime lo spazio dei consumi e degli investimenti di domani. Il tempo passa quel domani è passato da un pezzo, ma non cambia nulla perché non ci sono i soldi e il tempo dicono i politici. L’Italia repubblicana aveva fatto sforzi enormi negli anni sessanta per garantire un’istruzione a tutti. Ora è vero che il numero degli studenti nei prossimi anni diminuirà drasticamente, però potrebbe essere una meravigliosa occasione per incrementare la quallità del servizio. Purtroppo la classe dirigente non è in grado di programmare il futuro e gestire il cambiamento..

    • La scuola italiana è ferma da tempo, e certe dinamiche – edilizie, di organizzazione delle graduatorie, e di modernizzazione di ogni contesto – restano impantanate nelle sabbie mobili delle promesse. La pandemia ha dimostrato che una scuola tecnologica va bene, a patto di non dover rinunciare alla formazione completa degli studenti. Far vivere per, circa, 13 anni un futuro cittadino in edifici angusti, in aule fredde d’inverno e caldissime in estate, lancia un messaggio desolante alle donne e uomini del domani. E la convinzione, lo dico da ex liceale, che le tante proteste pacifiche e tenaci non portano comunque a nulla. La scuola deve infondere fiducia, e dare gli strumenti per consolidarla.
      Grazie delle riflessioni, Daniele.
      A rileggerci!

  2. Il problema è che si accorgono che ci sono problemi solo a settembre, quando invece tutto dovrebbe essere a posto per la riapertura delle scuole.
    La frana del primo DAD non è servita a nulla, perché tutto è stato riproposto tale e quale senza modifiche.
    Spesso i soldi ci sono ma vengono spesi male tra bandi errati e immobilismo istituzionale.
    Da quando la didattica è finita in mani regionali, anziché migliorare la situazione si sono incancreniti i difetti e le storture.A settembre vedremo un copione ormai liso. E tutti daranno la colpa a tutti gli altrii.

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