Suicidi e tabù. Non solo al tempo della Covid-19

“Anziano trovato morto impiccato a Macerata” (Maggio 2021). “14enne si getta dal terrazzo” (Aprile 2021). “Tenta il suicidio gettandosi in acqua, salvata da un agente di Polizia fuori servizio” (Marzo 2021).

Titoli di giornale, notizie e cronache locali che dopo le prime ore facilmente ritornano nell’ombra. Avvenimenti di cui si parla poco, e spesso male. Come avvenuto nel caso recente di Seid Visin, il ragazzo di soli vent’anni di Nocera Inferiore morto suicida lo scorso 4 giugno. Un giovane uomo che si è tolto la vita, impiccandosi. Si è parlato di lui, di origine etiope, che a 7 anni è stato adottato dai suoi genitori. Si è accennato alla sua passione per il calcio, che lo vedeva una promessa dello sport professionista. Si è discusso della lettera, che scrisse nel 2019, dove raccontava le difficoltà, il disagio che negli ultimi anni provava a causa di atteggiamenti e pregiudizi per il colore della sua pelle. Uno sfogo, probabilmente, dolorosamente lucido.

E dopo il dibattito sui social, è arrivata la strumentalizzazione politica. E infine, a fermare il chiacchiericcio, il padre che ha chiesto di fare silenzio e di non strumentalizzare il gesto di suo figlio.

Quello di Seid, azzerando le superflue opinioni di ognuno politiche o ideologiche, resta il gesto di dolore di un ragazzo. E quel che dovrebbe far discutere è forse la tragedia della solitudine, che dietro ad ogni suicidio si consuma. Una tragedia e un dolore che, soprattutto dopo il suicidio, ricadono sulle spalle dei familiari.

Eppure il problema è più ampio, e dovremmo sentirci tutti coinvolti.

I titoli, citati poco prima, sono stati raccolti e documentati dalla Fondazione BRF – Brain Research Fondazione Onlus che l’anno scorso ha avviato un Osservatorio sui suicidi Covid-19. Uno studio che ha in parte colmato una lacuna: la carenza di aggiornamenti costanti ad opera di organi istituzionali su un fenomeno, che rappresenta la terza causa di morte nel mondo tra le persone tra i 15 e i 44 anni (fonte: OMS). “I dati raccolti nello studio pilota ci parlano di 62 suicidi correlati, direttamente o indirettamente, al coronavirus in circa tre mesi”, riferisce lo studio della Fondazione in riferimento ai dati tra metà marzo 2020 e metà giugno dello stesso anno.

L’ultima indagine istituzionale, realizzata nel 2020, fa riferimento al 2017 anno in cui si verificati 3.940 suicidi (6,5 ogni 100mila abitanti), a fronte di un numero imprecisato di tentativi di suicidio. Comunque, si stima (OMS) che i tentativi siano 20 volte più frequenti dei suicidi.

Numeri allarmanti, ma di cui nessuno si preoccupa concretamente. “Ogni anno in Italia si tolgono la vita circa 4mila persone. Un numero che deve far riflettere se consideriamo che ogni dieci anni scompare, di fatto, una città di 40mila abitanti. È impossibile, però, avere al momento un numero aggiornato”, ha spiegato Armando Piccinini Presidente della Fondazione BRF, che ha aggiunto: “Non avere dati aggiornati e ufficiali non può permettere né a chi studia il cervello, né a chi è a capo delle attività di prevenzione sulla salute, né alle stesse istituzioni di capire cosa stia accadendo riguardo lo ‘stato di salute mentale’ della nostra società civile. Va da sé che non esiste in queste condizioni alcuna possibilità di intervenire”.

Dati Osservatorio Fondazione BRF 2021
Dati Osservatorio Fondazione BRF 2021

La cultura dello struzzo, che non vuole fare i conti con un atto che porta via vite e affetti, è figlia di una sotto-cultura che disprezza il dibattito sulla salute mentale. Trattandolo come un argomento tabù, reietto, da nascondere. Ma che, dati alla mano pur incompleti, riguarda la maggioranza dell’umanità.

Un silenzio anche istituzionale, interrotto un anno fa da un’interrogazione parlamentare della deputata Stefania Mammì, componente della Commissione Affari Sociali, in cui chiedeva l’istituzione di un organismo al momento inesistente “che si occupi nelle emergenze di diversa natura, quindi al di là dell’emergenza Covid-19, di tutte quelle categorie di persone a rischio di suicidio, con scopi di prevenzione, assistenza e formazione del personale sanitario dedicato”.

Da quell’interrogazione è trascorso un anno, un anno aggravato dal protrarsi della pandemia da Covid-19, eppure la proposta di legge non è stata neanche calendarizzata.

La cultura dello struzzo, che non vuole fare i conti con un atto che porta via vite e affetti, è figlia di una sotto-cultura che disprezza il dibattito sulla salute mentale. Trattandolo come un argomento tabù, reietto, da nascondere. Ma che, dati alla mano pur incompleti, riguarda la maggioranza dell’umanità.

Ho letto in questi giorni, tra i vari commenti (pochi, ma che almeno alimentano un dibattito) sulla vicenda del giovane suicida, fare riferimento al “coraggio”. Il coraggio, si diceva, di mettere in atto una volontà che, in momenti di profonda disperazione, tanti possono avere vissuto senza poi arrivare a compiere l’atto estremo. Ecco, io credo che dietro un suicidio, o un tentativo di suicidio, non ci sia propriamente “coraggio”. C’è, semmai, un dolore indicibile e drammaticamente lucido.

Un dolore in certi casi figlio della solitudine, a volte anche di tentativi di richiesta di sostegno sfuggiti all’attenzione degli altri. A volte incolpevolemente, altre volte per superficialità. Un dolore orfano della speranza, perché, dietro alcune storie che la cronaca registra, c’è la perdita di fiducia nel futuro.

In un contesto sociale e politico che non sa, non vuole, fare i conti con queste legittime fragilità i casi di suicidio non possono diminuire.

Il silenzio su una vita che si interrompe è dovuto. Ed è altrettanto necessario poter dire, in tutta coscienza, di aver fatto il massimo per prevenire simili decisioni.

Dalla politica, che in 140 caratteri consuma il suo intervento su un tema sociale e trasversale, all’opinione pubblica. Ognuno di noi, insomma, che è chiamato ad essere attivo nell’ascolto di chi ci è accanto. Perché – a volte – basta un gesto di sostegno in più per salvare una vita.

10 Pensieri su &Idquo;Suicidi e tabù. Non solo al tempo della Covid-19

  1. Congratulaioni per l’aggiornamento su un tema disgraiatamente sempre attuale. Sono in molti penso che abbiano vissuto esperienze personali di persone che non ce l’hanno fatta e che, magari, continuano a provare un rimorso su che cosa si poteva fare per evitare la tragedia. IL suicidio è spesso l’ultimo stadio della depressione, il “male oscuro”, che non è facile da diagnosticare e da curare. La società, comunque, con una competizione esasperata fa poco per creare condizioni sociali più umane e quindi migliorare la situazione. L’Africa con molte persone che conoscono la fame ma non la depressione, dovrebbe far riflettere. Personalmente, penso di aver conosciuto la depressione e di avere avuto la fortuna di superare quei momenti. Per questo motivo, mi sento maggiormente disponibile ad aiutare persone in difficoltà.
    A rileggerci!

    • Sicuramente la nostra società, orientata ad esempio all’individulismo, favorisce alcune malattie psichiche.
      Proprio perché siamo tutti esposti dovrebbe esserci maggiore attenzione e prevenzione, ma la paura prevale.
      Eppure ognuno potrebbe dare il suo contributo, come quello che tu hai suggerito e pratichi. Serve una cultura dell’altro, all’insegna dell’empatia. O almeno della non-indifferenza.
      Grazie del tuo contributo, Daniele. A rileggerci, come sempre!

    • Sì, il dolore parte sempre da lontano nel tempo. Ma in quell’istante la sofferenza trova sollievo in quel modo, il più drammatico. Ma in quel momento può rimanere la scelta più lucida, come dicevo.
      Grazie delle riflessioni, a rileggerci.

  2. come hai scritto dietro ad ogni suicidio c’èl a volontà di chiudere i conti col dolore interno. È una sensazione di malessere sociale che rende la vita impossibile da vivere in modo accettabile.
    Tutti noi vorremmo vivere una vita senza problemi, gaia e spensierata ma non è così. C’è chi, più fragile psicologicamente che la chiude per rimuovere il senso di dolore interno, c’è chi con l’aiuto esterno riesce a superare i momenti sconforto.
    Hai ragione quando dici che basta poco per ridare un barlume di speranza a chi non ce l’ha più ma siamo diventati un popolo di egoisti che finge di non vedere questo disagio morale e psichico.

    • La risposta sociale al dolore dovrebbe essere una maggiore empatia, un sentimento che pochi alimentano e coltivano.
      Come dici, alcuni sono più fragili e quella fragilità andrebbe custodita. E molto spesso viene solo allontanata, prima di tutto dalla collettività.
      Dovremmo ripartire da questo.
      Grazie delle preziose riflessioni, Gian Paolo!

  3. Pingback: Suicidi e tabù. Non solo al tempo della Covid-19 – Evaporata

  4. eh beh devo dire che il Covid è stato una brutta mazzata, ne ho subito le conseguenze pure io, mi ha depresso tantissimo…figurati chi ha perso il lavoro o in generale gli introiti ecc…. poi certo, sul ragazzo come al solito si è speculato tantissimo, ma ormai in Italia non si conosce più la vergogna

    • La pandemia ha influito tanto sulla psiche collettiva. Pochi possono dire di esserne stati esenti.Anche se so alcuni sono corsi si rimedi.
      Purtroppo sul caso Seid Visin, appunto, si sono fatte solo chiacchiere. Poteva invece essere l’occasione per aprire un dibattito efficace.
      Grazie del tuo contributo. E a rileggerci.

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