Una voce dal reparto Covid-19. Mio padre, che ha lottato contro il Virus

Morti che diventano numeri. Numeri a tre zeri. Persone, inghiottite dal vortice di una pandemia mondiale. In lotta per sopravvivere ad un nemico invisibile, e affamato di organi.

Nel limbo dei reparti Covid-19, delle terapie intensive Covid e non solo, ogni istante si lotta per salvare una vita. E i pazienti non si arrendono, fino all’ultimo.
Lo so. Lo so perché anche mio padre ha lottato. 55 giorni di terapia intensiva, prima da positivo al Covid-19 poi per curare quello che la malattia aveva lasciato sul suo corpo.

Lui non ce l’ha fatta.
“Quando abbiamo fatto l’ultima TAC, un paio di giorni fa, – mi dice la cardiologa del Policlinico Casilino di Roma, mentre ritiro gli oggetti personali sigillati in una sacca con sopra scritto il nome di mio papà – Abbiamo visto che i polmoni, per oltre la metà, non c’erano più. Il Covid li ha divorati”. Mi guarda, sinceramente dispiaciuta. Si è trattenuta dall’entrare in reparto per dirmelo, e poi aggiunge: “Abbiamo fatto di tutto per salvarlo”. Le dico che lo so, e non è per un’estrema formalità. L’ho sperimentato in queste 8 lunghe settimane.

Lo racconta la cronologia sul cellulare delle telefonate, e la loro durata. Chiamate quotidiane, già durante il periodo in terapia intensiva Covid al Policlinico Militare Celio a Roma, durante le quali con chiarezza e disponibilità il medico di turno si fermava per dare notizie (con un orario prestabilito per parlare almeno con i medici, in assenza di visite da fuori ai pazienti, orari che se serviva erano flessibili pur di informare sullo stato di salute della persona ricoverata). Si apriva così una finestra su uno spazio ignoto a chi è fuori, a chi vive con il fiato sospeso, a chi si aggrappa ad ogni parola, ad ogni inclinazione della voce per sapere cosa sta succedendo, come sta chi è malato.

Ma lo raccontano anche le parole di mio padre, quando era lui che mi raccontava al telefono le sue lunghe giornate. Nonostante la sofferenza, le tante crisi respiratorie che si concludevano con il suo fragile “Mi hanno ripreso per i capelli”. Nonostante la sofferenza psicologica: vedere più di una volta il vicino di letto, quello che “ci avevo scambiato qualche parola”, morire ed essere portato via; e poi “quando mi porti i vestiti per uscire?”, oppure sfogarsi con “voglio tanto farmi una doccia”; e poi avere la bocca resa secca prima dalla respirazione con la maschera ad ossigeno e dopo dal casco, il CPAP, al punto da dirmi in una telefonata “non riesco più a parlare”; e poi le notti uguali al giorno, mai del tutto a riposo, con le luci sempre accese per il monitoraggio dei malati. “Ha ragione suo padre – mi disse con tono comprensivo al telefono in quei giorni il cardiologo del reparto Covid del Policlinico Celio – Qui non è facile affrontare il ricovero. Non esistono le notti per i pazienti”.

“Lo so che non è la stessa cosa. Loro sono soli qui, senza la famiglia. Noi cerchiamo di passare un po’ di tempo con loro, facciamo quel che possiamo”, mi dice la OSS con un musicale accento napoletano al telefono, mentre prova ad aiutare mio padre a fare una videochiamata

Ma nonostante tutto, nonostante il lavoro in perenne stato di emergenza, medici infermieri e OSS hanno sempre trovato tempo per fermarsi e parlare con i pazienti, per ascoltare la loro latente depressione che il ricovero in quei reparti chiusi provoca, e dargli un conforto. “Lo so che non è la stessa cosa. Loro sono soli qui, senza la famiglia. Noi cerchiamo di passare un po’ di tempo con loro, facciamo quel che possiamo”, mi dice la OSS con un musicale accento napoletano al telefono, mentre prova ad aiutare mio padre a fare una videochiamata.
Nascosti dietro i sistemi di protezione, con il nome scritto sulla tuta bianca, in quelle settimane non hanno perso la loro empatia. Ricordo l’emozione di mio padre, oltre la felicità per essere uscito dalla terapia intensiva Covid per andare in un altro ospedale, nel dirmi che aveva salutato tutti e che anche loro “commossi lo hanno salutato”. “Sono diventati un’altra famiglia, in queste settimane. Eh!” mi ha spiegato quel giorno, finalmente con voce chiara e riconoscibile.

Purtroppo la degenza nel reparto di cardiologia del Policlinico Casilino dura solo qualche giorno, e sempre con l’impossibilità di visite esterne ai pazienti.
La Covid-19, che punta anche ai polmoni e inizialmente gli aveva causato una forma acuta di polmonite, aveva intaccato il suo cuore e poi le sue difese. Aprendo le porte ad altri virus. E così all’isolamento in terapia intensiva. Di nuovo lì, stavolta solo. Senza altri pazienti con lui.

Io quel limbo l’ho visto e purtroppo l’ho attraversato quando, negli ultimi giorni di vita di mio padre, i medici mi hanno autorizzato ad entrare.

Ha combattuto tre settimane, tra cure invasive salvavita e la sua capacità di affidarsi ai medici e infermieri che lo assistevano. Lui, che ha sempre avuto paura di sottoporsi a visite e cure. È anche questa la voglia di lottare, che raccontavo all’inizio. Una sinergia tra malati e medici/infermieri che ha permesso, in questo anno di emergenza sanitaria, di salvare tante vite e a chi è estraneo a questo limbo di sperare. Mentre altri, tutt’ora, si permettono di affermare che il “Covid non esiste”.

Io quel limbo l’ho visto e purtroppo l’ho attraversato quando, negli ultimi giorni di vita di mio padre, i medici mi hanno autorizzato ad entrare. Due volte, in tutto. L’ultima volta, una notte di alcuni giorni fa.
Stessi motivi, stavolta definitivamente gravi. E stessa trafila di sicurezza. Prima il tampone e, dopo circa 15 lunghi minuti di attesa, il risultato. Negativa, posso vederlo.

L’infermiere di turno mentre raccoglie su un tavolo, in una stretta anticamera alla terapia intensiva, i dispositivi necessari – la tuta bianca con cappuccio, la cuffia, il doppio strato di guanti, il copriscarpe – mi dice all’improvviso: “Quando finirà tutto questo?”. Lo guardo, e non so che dire. Faccio un cenno di condivisione con la testa. Ma la testa, la mia, è altrove. “Speriamo presto”, sibilo da sotto la mascherina. E intanto mi vesto, nell’ordine preciso in cui l’ho fatto meno di una settimana prima. Una routine che richiede tempo, attenzione. Per evitare rischi di contagio. E alla fine, liberi restano a malapena gli occhi. Da questi e dalla voce mi aveva riconosciuto la volta precedente mio padre, dopo 50 giorni di lontananza.

Superato il corridoio silenzioso, rivedo mio papà. E ritrovo anche il suono ritmato dei macchinari che lo monitorano, che per settimane avevo sentito come sotto fondo alle nostre telefonate. E poi le luci di allarme, che ad ogni sbalzo di valori illuminano la stanza, in penombra per l’orario notturno.

Da giorni ormai mio padre non parla più. “Non ne ha la forza”, mi spiegano i medici. Restano solo quelle luci e quei suoni. Gli unici con cui lui ha convissuto per giorni, in quella stanza di terapia intensiva. Alternati solo dalle voci di medici e infermieri che, all’occorrenza, lo assistevano.

Quella notte c’era in più solo la mia voce.

Anche uscire da quella stanza non è stato semplice. Per svestirsi bisogna seguire un ordine rigoroso, come per la ‘vestizione’. Poi la sanificazione con lo spray disinfettante, prima di rivestirsi. Il consiglio degli infermieri è di non indossare abiti pesanti, perché “con la tuta fa molto caldo”. Ed è vero, anche a gennaio.

È ormai notte quando sto per andare via. “Vai a casa. Dormi tranquilla. Speriamo di non sentirci stanotte”, mi dice con voce calma e sguardo incoraggiante l’infermiere mentre mi accompagna lungo il corridoio del reparto, fuori dalla stanza di mio padre.

Dico solo un “Grazie”, per saluto. Non so come sintetizzare meglio quello che per settimane, e poi mesi, i vari infermieri, medici e OSS hanno fatto – anche al posto mio – per mio papà. Stavolta dico un grazie in più per avergli fatto la barba, un gesto a cui lui teneva tanto, e che non mi aspettavo. “Andava fatto, era nostro dovere”, mi risponde.

Mio padre aveva 76 anni. È morto l’indomani di quella lunga notte, per i postumi causati dalla Covid-19. Perché si muore anche così. Per quello che il virus ha lasciato, e che a volte non è più curabile.

— Voglio dedicare questa testimonianza a chi, malato di Covid-19, è rimasto in questi mesi solo un numero in un bollettino, come un soldato caduto in guerra senza un nome. E ai medici, infermieri, OSS di ogni luogo, che stanno continuando (ma con più fatica e rischio) a fare quello che hanno sempre fatto, il lavoro di cura e assistenza ai malati. Stavolta in prima linea, a fianco dei pazienti e delle famiglie, spaesate dalla lontananza con il malato.
Ricordando che anche loro non sono solo numeri ed eroi senza volto. —

[Foto: Ansa]

19 Pensieri su &Idquo;Una voce dal reparto Covid-19. Mio padre, che ha lottato contro il Virus

  1. Innanzi tutto sentite condoglianze. Non ci sono parole in questi casi, unicamente frasi fatte che sembrano solo formali: la perdita di un genitore è un evento inconsolabile. Mi rendo conto che non ti può essere di sollievo sapere che il mio è morto quando avevo 15 anni. Non ci sarà mai un tempo giusto o una ragione valida per accettare la loro scomparsa, ma dobbiamo tutti accettare che la morte è parte integrante della vita ed elaborare il lutto per la perdita di persone care. Ricordati che in te c’è una parte di lui che continua a vivere; se lo cerchi, lo sentirai al tuo fianco, anche fra molti anni. Se posso intuire la sua volontà, supera questo momento difficile, riprendi la tua vita serbando sempre il suo ricordo, lottando per i valori che ti ha insegnato.

  2. Leggo solo oggi la tua lunga lettera che descrive il tuo stato d’animo e quello di tuo padre. Ti sono vicino e ti abbraccio silenzioso anche se ci conosciamo solo attraverso questo luogo virtuale.
    Non è facile sapere che questo maledetto Covid è subdolo perché corrode tutto.
    Una testimonianza sincera e cruda che tanti negazionisti dovrebbero leggere.
    Un abbraccio forte e sincero.

  3. Non ho parole, ma solo lacrime che stringo sul cuore.
    La lettera è una verità negata da tanti, un dolore intenso che merita rispetto e attenzione, affinchè non si ripeta nulla del genere. Un abbraccio sincero …

  4. Cara Anna ho dovuto leggere a tappe con il cuore in gola questo tuo lucido e straziante resoconto che racchiude come tu dici nella tua dedica finale lo strazio di così tanti tra noi.

    Non aggiungo altro non ci sono parole ma solo un silenzioso abbraccio che ti racchiude tutta e vorrebbe proteggerti ma anche non è possibile.
    ❤🌹

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