Ruolo degli assistenti educativi a scuola (Foto: web)

Scuola, disabilità e invisibile precariato – Il caso degli AEC, assistenti educativi culturali

Una volta si chiamavano assistenti educativi comunali. Poi diventarono AEC, Assistenti Educativi Culturali, e infine sono stati rinominati OEPA, Operatori Educativi per l’Autonomia. Vent’anni di cambiamenti, soprattutto contrattuali, che hanno impoverito questa categoria di lavoratori il cui ruolo nella scuola è rimasto fondamentale: l’assistenza ai bambini e ragazzi con disabilità, dalla materna alla scuola media.
Una precarietà dovuta soprattutto alla scelta degli enti locali, titolari del servizio in base alla legge 104/92, di esternalizzare questo servizio affidandolo a società cooperative, precarietà che nei mesi della quarantena è esplosa coinvolgendo anche il diritto allo studio dei bambini disabili.

“Il nostro servizio si chiama inclusione scolastica per alunni disabili, quindi dobbiamo facilitare l’inclusione nella scuola dei bambini con disabilità motorie o con disagi comportamentali. Noi siamo quelli che garantiscono il diritto allo studio dei bambini disabili. A differenza del sostegno, il nostro è un servizio personalizzato nel senso che è dedicato a singoli, specifici bambini” spiega Germano Monti, che fa parte del Comitato Romano AEC che raccoglie i 3mila lavoratori AEC/OEPA presenti sul territorio della città metropolitana di Roma. Una realtà che a livello nazionale coinvolge 50mila operatori educativi.

“In questo periodo è emerso anche che quando la scuola chiude non è che i bambini scompaiono. Ci sarebbe bisogno di servizi che continuano anche dopo la chiusura delle scuole”.

Lavoratori che durante la quarantena e il lockdown non hanno potuto lavorare, rimanendo senza lavoro e senza stipendio. Una condizione dovuta al tipo di contratto stipulato con le cooperative che prevede un part-time “ciclico verticale”, assunti e retribuiti cioè per la durata dell’anno scolastico, e stipendiati solo se le scuole sono aperte e, in molti casi, solo se l’alunno disabile non è assente da scuola. “Quando la scuola ha chiuso per emergenza maltempo, noi siamo rimasti a casa senza stipendio; se l’alunno è assente noi non lavoriamo. Ma in questo periodo è emerso anche che quando la scuola chiude non è che i bambini scompaiono. Ci sarebbe bisogno di servizi che continuano anche dopo la chiusura delle scuole”, fa notare il signor Germano, che da inizio emergenza sanitaria non ha più avuto contatti con i tre bambini che seguiva in classe. La quarantena e la didattica a distanza hanno infatti escluso dalle attività scolastiche da casa tutti gli assistenti educativi, e di conseguenza i bambini disabili.
“Noi in questi mesi di quarantena non abbiamo potuto lavorare. L’assessore alla scuola del Comune di Roma Veronica Mammì, il 6 marzo ha avuto l’idea, scellerata, di mandarci in giro per le case degli alunni. Il che significava mandare 3mila persone in giro per Roma in piena emergenza, quando non si trovavano neanche le mascherine e i disinfettanti. Appena uscito il provvedimento c’è stata un’insurrezione sui social, e l’assessore ha dovuto sospendere il provvedimento che era in palese contrasto con le indicazioni del decreto dell’8 marzo – racconta Germano, con determinazione – Da quel momento non si è provveduto a rimodulare il servizio per i bambini disabili. Noi avevamo chiesto, sin dal primo giorno di chiusura delle scuole, di impiegare i soldi stanziati nel bilancio per la rimodulazione del servizio, in qualche modo. E la cosa più grave è che sia il decreto Cura Italia sia una delibera della Regione Lazio autorizzavano i Comuni ad utilizzare questi soldi. Invece i due mesi di cassa integrazione in deroga ce li ha versati l’INPS, e si è fatto cassa sulla pelle nostra e su quella dei bambini disabili”.

Assistenza ai bambini disabili (Foto: web)

Assistenza ai bambini disabili (Foto: web)

Soldi inutilizzati. Come quelli messi a disposizione di un maxi bando triennale, il “bandone” come è stato poi ribattezzato, con cui Roma Capitale la scorsa estate ha destinato 150milioni di euro per una gara d’appalto centralizzata che ha coinvolto 30 cooperative romane. Un mega appalto, se paragonato ai singoli appalti municipali che fino a quel momento erano stati fatti. Un segnale sulle intenzioni del Comune di mantenere il servizio esterno, in mano alle cooperative. Un bando con una lunga gestazione, considerando che le procedure di gara sono iniziate poco dopo l’insediamento della Giunta Raggi, e che è stato pubblicato poco dopo una delibera di iniziativa popolare proposta dal Comitato AEC che chiede di internalizzare il servizio di assistenza ai bambini. “Tutta la nostra storia era partita con una delibera di iniziativa popolare, sulla quale avevamo raccolto e depositato più di 12mila firme, quando in realtà ne bastavano 5mila. Abbiamo avuto un’adesione incredibile su una delibera che prevede l’internalizzazione del servizio e che avrebbe dovuto essere votata in consiglio comunale – spiega Germano Monti – Poco dopo, gli assessori De Santis e Mammì (rispettivamente, assessore al Personale e assessore alla scuola di Roma Capitale, ndr) hanno aperto un tavolo tecnico e ci hanno convocato. Noi stessi abbiamo chiesto di sospendere la calendarizzazione della delibera, perché era partita una trattativa con il Comune. Se non che, ad oggi, questo tavolo negoziale non ha prodotto nulla. Eppure, prima di sospendere l’iniziativa per questo tavolo di trattativa, sei municipi hanno votato all’unanimità delle mozioni di sostegno all’internalizzazione, segno che ai municipi certi disagi delle famiglie dei bambini, e anche nostre, arrivano. All’assessorato centrale no”.

“Condizione, quella salariale di questi lavoratori, che il “bandone” non ha tenuto in considerazione prevedendo di destinare ad ogni cooperativa una quota ben al di sotto della nuova soglia del costo del contratto di lavoro”.

“L’affidamento del servizio ad organismi privati comporta, oggettivamente, un aumento dei costi per la Pubblica Amministrazione, derivante dalla necessità di retribuire non solo il lavoro delle operatrici e degli operatori utilizzati, ma anche le spese sostenute dagli organismi privati e dei soggetti terzi aggiudicatari dei lotti e degli appalti, per il coordinamento, l’organizzazione e la gestione del personale impiegato, per la formazione e l’aggiornamento, per la salute e la sicurezza”, recita tra le motivazioni la delibera di iniziativa popolare del Comitato Romano AEC. Condizione, quella salariale di questi lavoratori, che il “bandone” non ha tenuto in considerazione prevedendo di destinare ad ogni cooperativa una quota ben al di sotto della nuova soglia del costo del contratto di lavoro. Partendo da questo una decina di cooperative hanno presentato ricorso al Tar del Lazio, che lo scorso febbraio ha annullato il bando.
La sentenza del Tar definisce “contraddittoria e irragionevole la scelta dell’amministrazione, laddove, nel congegnare la legge di gara per un affidamento di così rilevante impatto (dal punto di vista sociale ed economico), ha sottostimato i costi del personale, determinandoli in base a parametri non solo non più attuali, ma addirittura superati, come detto, già prima della indizione della procedura, dalle nuove pattuizioni del nuovo contratto collettivo”. Un errore incomprensibile per i lavoratori AEC/OEPA, che avevano ricevuto un segnale positivo da Roma Capitale per la riapertura delle assunzioni a dipendenti del Comune.

Comitato dei lavoratori AEC/OEPA

Comitato dei lavoratori AEC/OEPA

Assunzioni che sono esistite fino all’anno duemila, prima della graduale esternalizzazione del servizio. Ad oggi sono circa 40 i dipendenti comunali di Roma rimasti con il ruolo di assistenti educativi. “Quei 40 dipendenti hanno dei contratti normali, vengono pagati 12 mesi l’anno. Il comune invece paga per ogni ora del nostro servizio le cooperative circa 20 euro. Materialmente, il nostro lavoro arriva a 12 – 13 euro al lordo, al netto siamo a 7 euro. Tutto il resto sono soldi che servono alle cooperative. Quindi è un’organizzazione del lavoro inesistente: questi soldi non vengono impiegati per fare altre cose, come la formazione – puntualizza Germano Monti – I disagi sono anni che si avvertono. Io ad esempio ho cambiato tre cooperative, in meno di tre anni, in base alle gare d’appalto che sono state fatte. Significa ogni volta cambiare stile di lavoro, cambiare organizzazione e spesso cambiare anche scuola, perché poi la cooperativa ti manda dove gli serve. Nel mio caso, ad esempio, questi cambi hanno significato che i ragazzi che seguivo si sono trovati con altre persone. Con una serie di disagi anche per le famiglie”.

Intanto i 150milioni di euro restano sospesi nel bando annullato, in attesa del nuovo ricorso, stavolta del Comune di Roma che lo ha presentato al Consiglio di Stato. Decisione che dovrebbe arrivare in autunno, non prima. “Se vuoi internalizzare non insisti per dare 150milioni di euro, se non di più, alle cooperative. Una volta che il Tar aveva annullato il bando potevano decidere di procedere con l’internalizzazione degli operatori, e invece no. Hanno scelto di fare ricorso al Consiglio di Stato, nonostante ci fosse tra l’altro un anno di tempo. Una contraddizione, anche perché non erano obbligati a farlo. Non ha proprio senso questa cosa! – ribadisce con chiarezza il signor Germano – La cosa grave poi è stata che, oltre i municipi, a non assumere alcuna iniziativa sono state anche le scuole. Io ho lavorato con tre insegnanti di sostegno, per i tre bambini che ho seguito. Non ho ricevuto una telefonata, un contatto qualsiasi dalla scuola né dalle insegnanti. Non li sento dal 4 marzo, come i bambini. C’è una grande responsabilità anche delle scuole”.

“A settembre è prevista la riapertura delle scuole, e finalmente i bambini disabili potranno tornare alla normalità. Anche a patto che la condizione degli assistenti educativi sia normalizzata”.

Il prossimo 14 luglio è in programma una manifestazione in Campidoglio, dove il Comitato chiederà alla Sindaca di Roma, Virginia Raggi, di definire questa vicenda e la situazione contrattuale dei 3mila lavoratori.
Intanto a settembre è prevista la riapertura delle scuole, e finalmente i bambini disabili potranno tornare alla normalità. Anche a patto che la condizione degli assistenti educativi sia normalizzata.

E allora, cosa ci si deve aspettare a settembre?
“A settembre dovremmo ricominciare, ma non sappiamo assolutamente in quali condizioni. Sicuramente ci faremo sentire, da settembre. Stiamo pensando di scioperare sin dal primo giorno di scuola, anche perché con il tipo di contratto che abbiamo rischiamo di ritrovarci, di nuovo, in questa situazione”, chiosa Germano e, senza esitazione, aggiunge: “Adesso comunque stiamo riflettendo se rimettere al voto la nostra delibera e costringere tutti i consiglieri comunali, di maggioranza e opposizione, a votare sì o no. A metterci la faccia”.

Ruolo degli assistenti educativi a scuola (Foto: web)

Ruolo degli assistenti educativi a scuola (Foto: web)

5 Pensieri su &Idquo;Scuola, disabilità e invisibile precariato – Il caso degli AEC, assistenti educativi culturali

  1. Complimenti per l’articolo che informa sia su una forma di precariato, ma coinvolge le problematiche dei bambini disabili e delle loro famiglie. Purtroppo il Covid 19, oltre naturalmente al resto, ha accentuato le disuguaglianze rendendo drammatiche situazioni difficili già in precedenza. La scarsa attenzione sulle problematiche dei disabili sono risapute e, sinceramente, non ho più parole per il saccheggio delle finanze pubbliche. E’ opinione comune che i precari sono un terzo della popolazione complessiva, spesso emarginati. Che dire dei principi della Costituzione “più bella del mondo”?

    • Non c’è altro da aggiungere alle tue considerazioni. A parte che ribadire l’importanza di farsi sentire per tutte le categorie di precari, uscendo così dall’invisibilita’.
      Grazie delle riflessioni e come sempre a rileggerci, Daniele.

  2. i bambini disabili sono considerato un peso e non una risorsa da usare nel futuro. Così anche questi lavoratori invisibili, perché precari e soggetti agli umori del comune che può disporre o disfare tutto.
    La paga mi sembra un insulto al buon senso.

    • Il problema forse sta proprio là, nel considerare i disabili non una risorsa, come fai notare giustamente. E tutto ciò che ruota in quel settore diventa di poco valore. Bisognerebbe ricordarsi che vota anche chi è disabile. E chi è disabile deve ricordarsi delle azioni fatte dalla politica lontano dalla campagna elettorale.
      Grazie delle riflessioni. A rileggerci.

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