Il Teatro resistente al tempo del Coronavirus – #9 Focus emergenza

“A chi manca veramente il teatro? Chi in questo momento, che non sia un lavoratore dello spettacolo dal vivo, dice ‘quando riapre il teatro?’. Sappiamo di essere una marginalità. Occorre quindi farsi sentire durante l’emergenza; si risente della perifericità della cultura in Italia, perché la cultura non viene foraggiata nel giusto modo”. Eduardo Di Pietro, regista del Collettivo LunAzione compagnia teatrale di Napoli, è uno dei tanti artisti che durante i mesi della quarantena ha dovuto sospendere il lavoro e gli spettacoli teatrali dal vivo. Una pausa forzata che ha fatto sparire, soprattutto dagli impegni del governo, un’intera categoria di lavoratori. E con loro la cura della cultura, di cui sono i portavoce e fautori.

Dati INPS 2017

Dati INPS 2017

Un comparto che conta circa 340mila lavoratori tra artisti e maestranze, che vive di contratti a chiamata e di precarietà, e che in un solo mese di fermo ha avuto una perdita stimata in oltre 8 miliardi di euro (dati: Fondazione Centro Studi Doc). Una condizione di marginalità preesistente all’emergenza sanitaria, che il virus ha portato alla luce e aggravato. Con una media annuale di 16 giorni lavorativi, e contributivi, in pochi hanno potuto accedere all’indennità di 600 euro che nel mese di marzo prevedeva come requisito di assegnazione 30 giorni contributivi. Un’esclusione che l’ultima previsione di rinnovo del bonus, che ha abbassato il requisito a sette giorni contributivi, dovrebbe sanare. “L’emergenza ha scoperchiato una serie di problemi di settore che sono più radicati, ampi, capillari – fa notare Eduardo, che con il Collettivo LunAzione si ascrive alla categoria degli under 35 – Ci si sta mobilitando per tornare alla normalità, ma è una normalità che noi non vogliamo. Dovremmo essere l’avanguardia culturale in Europa, nel mondo. Ma finché non si cambia, i lavoratori della cultura e gli artisti saremo sempre assimilati a dei parassiti, delle appendici. Finché è così non abbiamo speranza di sopravvivenza né come categoria, né come singoli”. E prosegue, riflettendo sul futuro preannunciato dai decreti: “I teatri riapriranno? In quali condizioni? L’emergenza ha un merito: ci ha costretto allo stop. Tornare al teatro come era prima, nell’immediato in parte, non ci è permesso. Si vagheggia l’uso di mascherine. Non sono contrario a priori, ma vorrei sapere come si fa. Il distanziamento sociale e le mascherine anche per gli artisti sono effettivamente l’unica possibilità?”

“Nessuno degli adattamenti delle nuove forme di spettacolo compatibili con il distanziamento sociale sarà di per sé sostenibile solo con gli incassi. L’aiuto della mano pubblica, solitamente necessario, in questo caso diviene indispensabile. Adeguamenti, sanificazioni, perdita di posti a sedere dal 55 al 70% andranno sostenuti con finanziamenti adeguati”

Se lo è chiesto, tra i tanti, anche la Fed.It.Art. Federazione Italiana Artisti che ha redatto uno studio/proposta per un “Teatro Possibile”, da sottoporre a enti locali e istituzioni, in cui si sottolinea che “non può esistere spettacolo dal vivo in cui l’artista è ingabbiato dietro una maschera, che copre la bocca”. “Possiamo organizzare eventi in cui si evitano contatti eccessivi, in cui tuteliamo il pubblico e il personale tecnico, ma per le attività di palco, come per lo sport e per la danza, potremmo al più sottoporre gli artisti a certificazioni sanitarie”, si legge nel documento dell’associazione, alla cui redazione hanno collaborato anche ANAP Associazione Nazionale Arti Performative, CO.R.S.A. Coordinamento romano delle scuole d’arte e il Forum Nazionale per l’Educazione Musicale. Una gestione, di cui gli addetti ai lavori non hanno potuto quantificare con esattezza i costi, che per essere sostenuta diventa ondamentale il contributo dello Stato. Come spiega il progetto: “Nessuno degli adattamenti delle nuove forme di spettacolo compatibili con il distanziamento sociale sarà di per sé sostenibile solo con gli incassi. L’aiuto della mano pubblica, solitamente necessario, in questo caso diviene indispensabile. Adeguamenti, sanificazioni, perdita di posti a sedere dal 55 al 70% andranno sostenuti con finanziamenti adeguati (bonus poltrona, rimodulazione dei bandi vinti, sanificazioni a totale carico degli enti locali o altre forme)”.

Riconsiderare il settore culturale e artistico come una categoria professionale è il primo passo per ridarle dignità e sostegno. Un patrimonio, anche economico, che include tante realtà autonome e piccole, tra le quali rientrano anche le produzioni, che sono l’humus del teatro. Realtà che, nelle periferie, acquistano anche valore sociale. “Come Teatro Imperiale di Guidonia stiamo cercando di stare all’erta, perché il nostro è un ente pubblico e dovrebbe ottenere i finanziamenti di cui si sta parlando, e in cui rientrano enti importanti come gli enti lirici e i teatri stabili. Abbiamo perso una stagione, e se dobbiamo riaprire con altre condizioni non ci rientriamo – spiega Elisa Faggioni, attrice e regista, che fa parte del direttivo del teatro di Guidonia – E’ un meccanismo economico che va bene per una produzione grossa, ma va a discapito di chi non può sostenerlo. Il teatro non può riaprire in condizioni di difficoltà, quindi piuttosto resta chiuso perché i costi di apertura di un teatro, grande o piccolo che sia, sono elevatissimi. C’è la SIAE, c’è la produzione, c’è il botteghino, le pulizie e adesso la sanificazione. E se devi aprire per pochi spettatori non lo apri un teatro”. Con la chiusura totale degli ultimi due mesi, anche le scuole di teatro sono rimaste ferme e con loro degli spazi sociali spesso insostituibili, dove si impara tra l’altro ad amare il teatro. “Per evitare che la parte sociale potesse subirne troppo, mi sono adattata a fare lezioni online – racconta Elisa, che dirige la scuola e l’associazione culturale Teatro dell’Applauso a Guidonia, nella provincia est di Roma – Con il video si attiva la parte cognitiva, mentre noi di solito attiviamo il sensorio, la parte emotiva per comunicare con i ragazzi. Sviluppiamo un altro tipo di intelligenza che è quella emotiva, cinestetica. Perchè togliendo la possibilità di fare teatro, togli la possibilità di fare un’arte che è viva. Il teatro non si può fare da soli, a casa. Adesso devo capire con quali condizioni si potrà riaprire. Intanto sostituirò gli incontri via web con incontri nel parco, dal vivo anche se a distanza. Perché fermandoci, tu fermi tutta un’attività aggregativa, di teatro sociale sul territorio, che non dico che salva le persone ma le tiene comunque lontane da altro”.

Le fa eco Eduardo Di Pietro, che ribadisce con decisione l’importanza di tutelare il teatro meno noto, ma spesso di avanguardia, proprio quello che ha subito nelle ultime settimane il più duro contraccolpo: “Il teatro è fatto di una miriade di realtà autonome e piccole che sono il motore creativo della categoria, e che con un pubblico sotto un certo numero non possono proprio aprire. Sono piccoli, che fanno muoiono? Facciamo un’ecatombe di tutta una fascia di lavoratori? E’ lo spettacolo dal vivo, oltre al teatro di prosa, che fa parte del comparto cultura. Non puoi farlo collassare su sé stesso. Altrimenti le istituzioni si prendano la responsabilità di volere abbattere questa categoria”.

Corea del Sud, sanificazioni (Foto: IBTimes.uk)

Corea del Sud, sanificazioni (Foto: IBTimes.uk)

La sensazione di essere una categoria fragile ha portato al diffondersi di eventi di pacifica e artistica protesta, durante la quarantena sul web e fino a ieri in piazza San Giovanni a Roma rispettando le distanze imposte dall’emergenza sanitaria. Al teatro e a chi lavora per mantenerlo vivo, servono spazi e condizioni lavorative che rispettino l’espressione culturale del teatro, al di là dell’importante riapertura dei teatri che non devono rischiare di restare vuoti, anche se aperti. Servono riconoscimenti e sostegni economici, che siano lo specchio della condizione reale in cui versa la categoria di questi lavoratori, rimasti senza entrate e senza possibilità di lavorare negli ultimi mesi. E serve una rappresentanza unitaria che coordini le tante anime, tutte uniche e indispensabili, degli artisti e di chi dietro le quinte dà forma agli spettacoli. “La nostra è una categoria completamente frastagliata, frammentata e che negli anni passati ha dormito, ha curato i propri piccoli mezzi di sostentamento e si è fatta la guerra intestina – chiosa senza esitare Di Pietro – Esiste Confindustria, non esiste Confteatro. O meglio, esiste ma non è rappresentativo”.

Quale sarà il futuro del teatro dopo il Covid-19?

“Il Netflix del teatro non è la risposta. Vuoi fare in video il teatro? Stai chiedendo un nuovo statuto creativo, che non voglio rigettare. Il teatro ha sempre dovuto fare i conti con le innovazioni tecnologiche, le ha assimilate e ci è sempre sopravvissuto. Ho una visione fideistica, il teatro non morirà mai. Ci saranno possibilità alternative di espressione. Il teatro in senso ampio, di ricerca creativo e propositivo, dovrà recuperare i propri spazi con le unghie e con i denti, e questo non potrà che fargli bene – ribadisce Eduardo Di Pietro, con convinzione – Dovrà puntare ad una nuova pervasività nel sociale, in società, perché il fatto che il pubblico non senta la mancanza del teatro è significativo. Sarà necessario il teatro: abbiamo subito l’infantilizzazione del cittadino, abbiamo subito un completo disorientamento, e il teatro serve a vincere la paura di riavvicinarsi, di stare insieme, e a prendere atto dei nostri limiti, delle nostre fragilità. Questo sarà vitale. Il teatro dovrà scalciare per recuperare i propri spazi, ma è un’esigenza umana perciò non morirà”.

Sipario (Foto: web)

Sipario (Foto: web)

“Non è il Teatro che è necessario, ma assolutamente qualcos’altro. Superare le frontiere tra me e te: arrivare a incontrarti, per non perderci più tra la folla, né tra le parole, né tra le dichiarazioni, né tra idee graziosamente precisate. (…) Non nascondermi più, essere quel che sono. Almeno qualche minuto, dieci minuti, venti minuti, un’ora. Trovare un luogo dove un tale essere-in-comune sia possibile. Allora si eliminerà il Teatro, si eliminerà la vergogna e la paura, il bisogno di presentarsi velati, e anche quello di recitare una parte che non è la nostra”. Jerzy Grotowski, regista polacco

7 Pensieri su &Idquo;Il Teatro resistente al tempo del Coronavirus – #9 Focus emergenza

  1. Grazie per il tuo contributo che non mi giunge inaspettato, già prima del Covid 19 nel teatro le difficoltà erano evidenti. La cultura ha valore per un popolo istruito, e qui ritorniamo sui livelli di mediocrità e di ignoranza presenti anche nelle classi più ricche. Andare a teatro (e pagare il biglietto) è considerato come raffinatezza inutile, dovremmo uniformarci tutti negli stadi a vedere partite di calcio, secondo la cultura predominante. Si ritorna al problema della scuola e dell’istruzione, non solo come distribuzione di pezzi di carta.

    • Esatto. La scuola, e la cultura che va di pari passo con l’arte, sono considerate superflue. E per questo sono tra le categorie in cui i livelli di precarietà sono altissimi.
      L’emergenza in tutti questi casi può rappresentare un’opportunità, perché ha portato finalmente alla luce problemi insostenibili.
      Grazie come sempre delle riflessioni, Daniele. E a rileggerci!

  2. tutti hanno ragione ma pensare di fare teatro senza il contatto o senza pubblico non è immaginabile. Se il Covid fosse debellato le proteste di tutti sarebbero motivate. Però ha senso fare il tampone giornaliero a tutti gli artisti e a tutti quelli che gravitano intorno allo spettacolo? Non è immaginabile. Se poi c’è un positivo chiudiamo tutto e buonanotte?
    Altro punto critico: il pubblico. Ammesso che si trovi la soluzione per cui sono distanziati, come li facciamo entrare o defluire? Uno alla volta in modo che nessuno passi vicino a un altro? Sarebbe pura follia e richiederebbero tempi incompatibili con lo spettacolo.
    L’unica soluzione sarebbe quella di dare un ristoro sia pure parziale e momentaneo a tutti i lavoratori del comparto. Per quanto?

    • Sicuramente l’arrivo dell’estate agevola la ripartenza di alcuni spettacoli. Il problema del distanziamento rimane per il pubblico, e in parte anche per gli artisti. Il tampone al momento non è immaginabile. Quindi bisognerà mantenere per quanto possibile le distanze. La verità è che queste nuove condizioni igieniche e sanitarie richiedono costi che il settore non riesce nella maggior parte dei casi a sostenere. Serve una nuova considerazione dell’arte e della cultura. Che sia la volta buona?
      Grazie delle considerazioni intanto.

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