La scuola a distanza al tempo del Coronavirus – #8 Focus emergenza

Si chiama DAD, didattica a distanza, e di fatto è nata in Italia da poco più di due mesi. Figlia di un’emergenza sanitaria che ha rivoluzionato il lavoro di oltre 800mila insegnanti italiani e in molti casi, di cui non si ha una stima precisa (*), ha visto sparire dalle aule virtuali tanti studenti degli oltre 8 milioni iscritti a scuola.
Una novità che, in regime di quarantena, ha coinvolto anche milioni di famiglie che non sempre sono riuscite a dividersi tra lavoro fuori casa o smartworking, disponibilità di pc e la possibilità di sobbarcarsi nel ruolo di supporto alla didattica.

“Io il computer non ce l’ho. Una volta volevo fare il collegamento con la video chat dal cellulare, ma non siamo riusciti ad entrare”. A raccontare la sua esperienza con la didattica a distanza è una mamma della provincia nordest di Roma. Una delle tante mamme, soprattutto dei piccoli alunni della scuola elementare, che fatica ancora adesso a gestire le attività didattiche senza avere un supporto informatico a casa. In assenza di una piattaforma pubblica unica, le scuole e gli insegnanti stanno utilizzando piattaforme già esistenti che spesso non permettono l’accesso alle lezioni live da cellulare. Tagliando fuori così una parte di studenti e famiglie, come nel caso di questa mamma. “Quando mi arrivavano i compiti li guardavo sul mio cellulare e mio figlio se li faceva nel pomeriggio. Ma non lo posso gestire sempre perché sono a lavoro. Sono tornata da poco dal mio Paese, prima non vivevo qua, e non ho ancora potuto comprare il computer – spiega questa mamma di origine sudamericana – Non parlo bene l’italiano, quindi come faccio a spiegargli i compiti di italiano? Finora l’ho aiutato un po’ con le tabelline e con l’inglese”. E aggiunge preoccupata: “Vorrei che vedesse i compagni, che faccia qualcosa. Che sta a fare qua a casa? Ho anche paura che quando rientrano a settembre lui sia molto indietro”.

Troppo distante dalla realtà, questa didattica, per alcune famiglie e per altre un impegno educativo in più con cui molti non riescono a stare al passo. Come spiega Emiliano Sbaraglia, docente all’Istituto comprensivo Melissa Bassi di Tor Bella Monaca a Roma. “La scuola per cui lavoro, attraverso il dirigente scolastico, nel giro di quattro settimane ha fatto arrivare i tablet praticamente a tutti – precisa il professore Sbaraglia, che insegna materie letterarie ai ragazzini della scuola di via dell’Archeologia – Qui la connessione, volendo, ce l’hanno tutti. Quelli che non partecipano alla DAD la mattina, solitamente sono quelli che fanno le 4 di mattina sul telefonino. In questo caso, la suddivisione tra studenti di serie A e di serie B la fanno le famiglie: c’è chi viene seguito e chi viene seguito meno. Noi ci troviamo in via dell’Archeologia a Tor Bella Monaca, una strada di spaccio all’aperto per 24 ore al giorno, quindi è chiaro che gli utenti sono un po’ particolari. Ma abbiamo le nostre difficoltà, come le hanno le altre scuole: ci sono famiglie che ci stanno aiutando e qualche famiglia che è un po’ più difficile da reperire”.

“Nel corso della lezione ho invitato scrittori, un rapper. È stato un primo approccio che è andato bene, ero riuscito ad ottenere 17 presenze su una classe di 19. Mi ritenevo abbastanza soddisfatto. Poi tutto questo è andato scemando, per un difetto secondo me di comunicazione della Ministra dell’Istruzione”

Di fronte a classi virtuali che si svuotano, e al rischio di dispersione scolastica, è stata d’aiuto l’iniziativa personale dell’insegnante che conosce i ragazzi e i loro interessi. Un impegno che ha subìto una frenata, mano a mano che arrivano le nuove disposizioni sulla scuola dal ministero. “Ho trovato chiaramente delle difficoltà di partenza con la didattica a distanza, soprattutto per cercare di coinvolgere il gruppo classe – dice Sbaraglia – Nel corso della lezione ho invitato scrittori, un rapper. Poi abbiamo fatto lezioni in compresenza con altri docenti su materie diverse, italiano e storia dell’arte, storia e musica. È stato un primo approccio che è andato bene, ero riuscito ad ottenere 17 presenze su una classe di 19. Mi ritenevo abbastanza soddisfatto. Poi tutto questo è andato scemando, per un difetto secondo me di comunicazione della Ministra dell’Istruzione. Se prima di Pasqua dici che le scuole verranno riaperte a settembre, che tutti verranno promossi a giugno, io studente, nella situazione in cui sono costretto a vivere in questi giorni, magari la lezione a distanza non la faccio più. E da quel momento ho trovato difficoltà, dai 17 che eravamo siamo tornati ad essere 8, 9”.

Una notizia che non ha lasciato indifferenti neanche gli studenti, già messi alla prova dalla lontananza dai compagni di scuola e dall’assenza degli insegnanti come punto di riferimento per lo studio, dovendo ridurre partecipazione e confronto di classe a poche ore a settimana. Un luogo di crescita, la scuola, che fatica ad essere compressa nella cartella ‘compiti e lezioni’ di un computer. Non troppo a lungo, e a tempo indeterminato, per lo meno.
“All’inizio era una festa per loro. Dopo un paio di settimane, dalla seconda metà di marzo, si vedeva dallo schermo la pesantezza di questa situazione – racconta Emiliano Sbaraglia – Vedevo questi ragazzi sconfortati, non parlavano quasi più. E la cosa che a me è dispiaciuta più di tutte è che di questa fascia di età, da 0 a 12 anni, se n’è parlato sempre molto poco. Del fatto che questi bambini e ragazzi da un giorno all’altro non hanno più avuto i riferimenti che avevano fino al giorno prima, i compagni di classe e gli insegnanti e maestre”. E prosegue interrogandosi sulla condizione, spesso ignota, di tanti studenti: “Ci sono famiglie che vanno d’amore e d’accordo, ma ci sono genitori che magari si stavano per separare. Quei figli che fine hanno fatto? E poi, dove vivono? Io vivo in città in 50 metri quadri, in quattro. Nessuno si è mai chiesto come si vive in poco spazio, genitori e figli”.

Didattica a distanza durante l'emergenza Covid-19 (Foto: web)

Didattica a distanza durante l’emergenza Covid-19 (Foto: web)

La didattica a distanza ha portato alla luce l’importanza dell’incontro, oltre la didattica. Un incontro che nelle ultime settimane non è stato possibile per le norme sul distanziamento sociale, imposte dall’emergenza Covid-19. Norme che rischiano di riscrivere, anche dalla ripartenza a settembre, la partecipazione in classe degli studenti e dei docenti. E per chi vive la scuola ogni giorno le alternative ci sono, che tengano conto di una didattica efficace e del rapporto umano con gli alunni. “Bisogna cercare di fare il più possibile una lezione, non dico frontale, ma per lo meno fisica magari a distanza fisica, ma con la presenza in luoghi aperti. Una cosa che si potrebbe fare già il mese prossimo. Ogni scuola ha degli spazi, dei cortili. Noi siamo una scuola di periferia e di frontiera, ma abbiamo un bellissimo giardino all’aperto. Allora se si riaprono i parchi, perché non si possono utilizzare i giardini all’aperto delle scuole? – si chiede il professore – Si fa lezione lì, con i professori che diventano a tutti gli effetti dipendenti pubblici e controllano chi entra e chi esce, organizzando le fasce orarie. Stiamo nei giardini, nei cortili, nelle palestre, e ricominciamo a vederci e a fare qualcosa”. E sulla possibilità di fare doppi turni, spiega: “Io non sono d’accordo con le posizioni di chi è contrario ai doppi turni. Se si rientra a scuola come si fa ad essere contrari? Da dipendente pubblico si dovrà andare a scuola la mattina o il pomeriggio, a volte mattina e pomeriggio. D’altronde stiamo lavorando di più, più di prima. Tra schede, coordinamento di classe, il colloquio con gli altri docenti, telefona alle famiglie, fai il calendario, organizza le lezioni a distanza, correggi i compiti, io almeno sto lavorando di più. E anche dopo dovremo lavorare di più”.

“La scuola ‘a distanza’ non è per tutti: è per i pochi che possiedono i mezzi e un adeguato supporto famigliare; non raggiunge coloro che, anche tra i banchi, faticano a seguire; è un blando palliativo che consegna solo nozioni e dimentica le relazioni, non contemplando quanto di più educativo ci sia: il rapporto umano”

La scuola nel passaggio da virtuale a reale, anche solo in parte, è destinata a cambiare. Ma lo dovrà fare non trascurando le indicazioni di chi conosce le difficoltà, sempre in agguato, dell’insegnamento e dell’educazione e formazione di bambini e ragazzi. Come sottolineano anche un gruppo di maestre della scuola primaria in Sardegna nel loro comunicato (riportato per intero nella sezione Block Notes), che nel chiedere un intervento mirato sulla scuola ricordano: “La scuola ‘a distanza’ non è per tutti: è per i pochi che possiedono i mezzi e un adeguato supporto famigliare; non raggiunge coloro che, anche tra i banchi, faticano a seguire; è un blando palliativo che consegna solo nozioni e dimentica le relazioni, non contemplando quanto di più educativo ci sia dentro una classe, tra i corridoi, in una palestra o in un cortile scolastico: il rapporto umano.
La privazione, subìta dai bambini, di una socialità indispensabile, del contatto diretto con compagni e docenti, non può, infatti, venir compensata da dei, pur ingegnosi, ‘tele-docenti’!”.

Cosa salvare di questa esperienza con la didattica a distanza? E quali errori non ripetere del passato? Questa è la sfida.
“La didattica a distanza può essere uno dei tanti strumenti nella famosa cassetta degli attrezzi del corpo docente – precisa il professore Sbaraglia, guardando alla ripresa del nuovo anno scolastico – Da settembre credo che continuerò ad utilizzare, indipendentemente dalla ministra, la DAD ma in determinate circostanze. Ad esempio, faccio la lezione la mattina in classe, piuttosto che in giardino, spiego alcune cose e magari una o due volte a settimana il pomeriggio mi collego con i ragazzi, come faccio adesso per 40 minuti, per vedere se è stata recepita bene la lezione e se fanno i compiti. Questo per me può essere un utilizzo utile della DAD.
Quello che spero è che, intanto, gli italiani abbiano capito che la sanità pubblica e gli insegnanti sono due cose importanti, visti i tagli degli ultimi 20 anni. Spero che le famiglie abbiano capito il valore della scuola pubblica, perché era andato un po’ perduto”.

DAD (Foto: web)

DAD (Foto: web)

(*) Aggiornamento dati: Rapporto Riscriviamo il futuro di Save the Children, pubblicato nella giornata dell’11 maggio 2020.

“L’impatto del coronavirus sulla povertà educativa su un campione di oltre 1000 bambini e ragazzi tra gli 8 e i 17 anni e i loro genitori, circa 1 minore su 5 incontra maggiori difficoltà a fare i compiti rispetto al passato e, tra i bambini tra gli 8 e gli 11 anni, quasi 1 su 10 non segue mai le lezioni a distanza o lo fa meno di una volta a settimana. Circa 1 genitore su 20 ha paura che i figli debbano ripetere l’anno, nonostante le disposizioni ministeriali lo vietino, o che possano lasciare la scuola, tassi che tra le famiglie in maggiori difficoltà economica, passano rispettivamente a quasi 1 su 10 e 1 su 12. Quasi la metà delle famiglie con maggiori fragilità (45,2%) vorrebbe “le scuole aperte tutto il giorno con attività extrascolastiche e supporto alle famiglie in difficoltà”, opzione che comunque è gradita dal 39,1% dei genitori intervistati. D’altronde sei genitori su dieci (60,3%) ritengono che i propri figli avranno bisogno di supporto quando torneranno a scuola data la perdita di apprendimento degli ultimi mesi.”

12 Pensieri su &Idquo;La scuola a distanza al tempo del Coronavirus – #8 Focus emergenza

  1. Purtroppo una delle conseguenze più gravi dell’emergenza sanitaria si è verificata nell’istruzione pubblica, e secondo me è stata gestita con improvvisazione e pressapochismo. La scuola è stata nel risorgimento fino all’avvento della repubblica una delle colonne portanti dello sviluppo annullando l’analfabetismo e ffattore fondamentale della crescita economica del dopoguerra. Questa crescita si è interrotta quando la mentalità del “diciotto garantito” nelle università ha contribuito non poco al decadimento della classe dirigente italiana. L’ignoranza e la scarsa preparazione è una delle principali cause del divario tra nord e sud, e tra l’Italia stagnante e il resto d’Europa (mondo) che comuque cresce. Da noi i “secchioni” vengono mobbizzati e questo virus non ha che accresciuto una crisi profonda in cui versa la scuola. Nei posti dove la connessione non c’è cosa succede. Ci sono insegnanti elementari che dicono che devono spiegare come tenere in mano una matita, come lo possono fare a distanza?

    • La scuola, come dici anche tu, purtroppo non ha mai incontrato l’interesse della politica, ed è rimasta ferma ad un’epoca da tempo inattuale. Sfruttata, come gli insegnanti, in queste settimane ha dovuto accelerare modernizzarsi. E a farne le spese sono stati i tanti insegnanti volenterosi, che da subito sono stati pronti a mettersi in discussione, e gli studenti. E con loro le famiglie italiane, che hanno nella difficoltà iniziato a dialogare in alcuni casi con le insegnanti. Almeno questo.
      Grazie delle considerazioni, Daniele. A rileggerci!

  2. Il DAD può essere uno strumento ma non lo strumento per surrogare la scuola.
    E’ chiaro che la scuola andava chiusa per evitare che il contagio crescesse a dismisura. Ha colto impreparati tutti dai docenti alle famiglie con in mezzo gli studenti.
    Oltre alla carenza di strumenti -pc, tablet e affini- manca anche il meszzo, ovvero il collegamento che in molte zone dell’Italia è un vero miraggio nonostante le TLC sbandierino cifre prossime al 100. Non tutti vivono nelle grandi città e in zone ben servite, esistono le periferie e le frazioni che per mancato ritorno economico sono ignorate.

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