Le saracinesche bloccate dei ristoratori al tempo del Coronavirus – #6 Focus emergenza

“Ho scritto io questo progetto del Civico Sociale, quindi ora sono disperata. Era un progetto non solo di ristorazione ma anche un luogo dove veicolare alcuni messaggi importanti, come la legalità e il reinserimento lavorativo di soggetti svantaggi della casa famiglia”. Dopo due mesi di chiusura del ristorante la titolare, Simona Di Mambro, parla al passato della sua attività e del progetto che ha animato il suo locale.

La sua è una delle oltre 13mila attività di ristorazione italiane (dati: Fipe 2019) che dallo scorso marzo sono ferme per il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19. Un’intero comparto economico che, secondo le ultime previsioni e normative del Governo contenute nel D.P.C.M. dello scorso 26 aprile, riaprirà il primo giugno. Una nuova scadenza che al momento non è stata accompagnata da aiuti alle imprese. “Già nell’ultimo periodo, fine gennaio e febbraio, quando si cominciava a parlare di questo virus il lavoro era abbastanza calato. Finchè i primi di marzo abbiamo deciso la chiusura, perché non ci sentivamo nemmeno pronti e organizzati ad effettuare la consegna a domicilio. I nostri ragazzi non ce l’avrebbero fatta, e noi dobbiamo sempre fare i conti con loro – spiega Simona, che con il marito gestisce la Trattoria della legalità Civico Sociale a Cassino, in provincia di Frosinone – Pensiamo alla materia prima che avevamo e che abbiamo dovuto buttare. Questi ragazzi, questi sette ragazzi che ho dovuto mettere in cassa integrazione, anche per evitare di pesare sulle case famiglia dove vivono. Ci aspettavamo aiuti diversi: un aiuto sulla tassazione, un aiuto sulle utenze che invece continuano ad arrivare, anche alte perché fanno riferimento alle bollette precedenti. Il Governo ti dice: ti sposto le scadenze. Spostare vuol dire che mi si accumulano dopo, quindi io non ce la farò mai a pagare gli F24 di tre mesi tutti insieme. Perché intanto stiamo cercando di pagare le utenze e l’affitto, per non trovarci poi gli arretrati”.

“Cooperativa e distanziamento sono due cose che non legano. Noi siamo abituati a stare con la gente, siamo abituati agli abbracci, alle strette di mano, al rapporto uno a uno”

Mancati incassi, utenze da pagare e un altro mese con le saracinesche abbassate gettano l’ombra della chiusura definitiva in molti ristoratori, soprattutto sui piccoli imprenditori della categoria che dovranno fare i conti con il distanziamento sociale e con il ridotto numero di coperti e di clienti giornalieri. Un cambiamento che si dovrà conciliare con l’acquisto, per chi lo vorrà, di pannelli in plexiglass e per molti con la riduzione dei dipendenti. Per Simona, e la sua trattoria della legalità che fa parte della cooperativa sociale NCO Nuovo Commercio Organizzato che porta in tavola i prodotti coltivati dai ragazzi sui beni confiscati alla camorra, la riapertura rimane ancora troppo incerta. E una eventuale chiusura avrebbe delle ricadute sui ragazzi delle case famiglia che ci lavoravano, lasciando inoltre vuoto uno spazio dove si promuove la legalità. “Se dovessimo riaprire, con il distanziamento non credo proprio che ci converrebbe. Se devo ridurre da 70 coperti a 15 non riesco a pagare il costo del personale, perchè io ho anche del personale di supporto per questi ragazzi che altrimenti non ce la farebbero. Poi sono titubante sul fatto che le persone usciranno nuovamente come prima: c’è la paura, e poi si avranno i soldi da spendere dopo che magari tanti sono stati in cassa integrazione? – riflette Simona – In vista dell’estate, noi non abbiamo uno spazio all’aperto e chi esce per stare in un ambiente chiuso?”. E aggiunge: “Cooperativa e distanziamento sono due cose che non legano. Noi siamo abituati a stare con la gente, siamo abituati agli abbracci, alle strette di mano, al rapporto uno a uno. Anche perché lavoriamo con ragazzi difficili: come fai a spiegargli che non possono andare al tavolo a salutare o a parlare con la gente? Stiamo facendo un’analisi dei costi, e siamo un po’ demoralizzati”.

Tante le incertezze a cui sono seguite le proteste di molti ristoratori che, dopo il flash mob che ieri sera ha riacceso per pochi minuti le luci dei locali rianimando di speranza anche tanti angoli delle città, annunciano uno sciopero fiscale fino a fine anno. Simona e suo marito, in quanto cooperativa, speravano anche nella possibilità che il comune gli mettesse a disposizione un bene confiscato che li sollevasse almeno dalle spese di affitto, “come è già avvenuto in altre città per non fare chiudere le attività, ma qui niente” precisa Simona.

Scheda monitoraggio su chiusure per Covid-19. Dati: Fipe

Scheda monitoraggio su chiusure per Covid-19. Dati: Fipe

Un mese ancora di lockdown in cui valutare come continuare nonostante i cambiamenti. Un mese alla riapertura, in cui tutta la categoria aspetterà risposte e aiuti concreti per salvarsi, salvando così tanti posti di lavoro.

“Ci stiamo ragionando tanto, ma siamo verso la chiusura definitiva se non si sblocca qualcosa – commenta con voce ferma Simona, che da quasi dieci anni porta avanti la sua trattoria e il suo progetto – Io spero che decidano di darci una mano, di fare qualcosa prima che finisca la cassa integrazione. Ma della nostra categoria non si parla molto. Siamo in attesa, tanto non possiamo fare altro”.

Locali Civico Sociale [Immagini di archivio]

Locali Civico Sociale [Immagini di archivio]

20 Pensieri su &Idquo;Le saracinesche bloccate dei ristoratori al tempo del Coronavirus – #6 Focus emergenza

  1. Io penso che questo discorso vada moltiplicato per la quasi totalità delle imprese, c’è una crisi economica che è appena cominciata e sarà molto lunga. Se verrà dato spazio a persone capaci che sapranno affrontare e risolvere i problemi ne verremo fuori altrimenti ci condanneremo da soli ad un declino ineluttabile. Grazie dell’informazione sempre puntuale e varia.

    • Sicuramente non riguarda solo chi riaprirà il primo giugno, anche gli altri già al lavoro. Le difficoltà devono fare capire che siamo inevitabilmente tutti collegati e delle soluzioni ne beneficiano tutti, ognuno nel suo ambito. Fosse anche solo per ricaduta.
      Grazie delle riflessioni, Daniele. A rileggerci.

  2. Un disastro totale qui sentiamo la storia viva delle ferite inferte a un settore Ma io potrei aggiungere banalmente la storia della mia parrucchiera che lavora da 30 anni dà lavoro alla figlia e a 3 dipendenti. Ma non sono cinque persone ma cinque famiglie che resteranno si.cu.ra.men.te senza lavoro. Questo vale per tutti i piccoli che non hanno avuto modo dimettere da parte soldi ma vivono quasi di mese in mese con quello che incassano.

    Se fossi credente avrei già da un po’ cominciato a pregare per la nostra Italia.

    Shera

  3. tutti hanno ragione. Ma come risolvere i problemi? E’ vero che tasse e bollette continuano a viaggiare nonostante tutto. E’ vero che le bollette sono alte perché nessuno fa l’autolettura. Se tengo la saracinesche giù di certo non consumo elettricità – a parte quella per tenere attivi alcuni apparati, acqua, gas.
    Si possono dare piccoli aiuti che possono essere di ristoro per i più piccoli. Quanto? Risulta difficile da quantificare.
    Dall’altra parte tenere aperto conviene? Fingere che nulla sia cambiato è utile? Più il virus continua a essere presente, più il rischio di tornare alla normalità si fa remota.

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