Spazio Donna, l’empowerment femminista contro la violenza sulle donne

Si intravede una palla colorata dalla vetrata che si affaccia su via Antonio Provolo, nel quartiere romano di San Basilio. Lì, a Spazio Donna, si incontrano donne e spesso anche mamme con i loro bambini. Donne, del quartiere e delle zone limitrofe, che qui dal 2016 trovano un luogo di socializzazione e di confronto, da cui a volte parte un percorso di ricostruzione di vita per quante abbiano subìto o continuano a subire violenza maschile. Tra un corso di yoga o tango tra donne, la presentazione di un libro o l’orientamento al lavoro, le donne escono dalla solitudine e iniziano ad autodefinirsi nella società. L’idea di questo centro è di tenere insieme la dimensione di sostegno individuale, quando ce n’è bisogno, con uno spazio di socializzazione in cui c’è tutta una serie di attività che sono gratuite – ci spiegano Federica Festagallo e Giulia Paparelli, che operano nel centro per donne di San Basilio – La maggior parte delle donne che vengono qui hanno subìto o subiscono violenza . Di solito, qualcuna capita che passa di qui magari perché ha sentito parlare di questo posto, si affaccia, chiede informazioni e a volte prende un appuntamento per un colloquio individuale. Molte chiamano sul nostro numero di telefono. Altre vengono per altri motivi: noi per esempio facciamo il laboratorio mamma-bambino, quindi portano i bambini al laboratorio e poi chiedono magari di fare anche il percorso individuale. Oppure, vengono mandate anche dai servizi sociali”. E puntualizza Federica, una delle responsabili degli incontri individuali a Spazio Donna: “Quando parliamo di percorsi individuali non per forza parliamo di percorsi di uscita dalla violenza. Magari a volte anche di sostegno in una situazione di difficoltà. A differenza di un centro antiviolenza a cui si rivolge una donna che ha già compreso di vivere in una situazione di violenza, questo è un posto ibrido, aperto, dove la dimensione di ‘strada’ è fondamentale per poter essere raggiunte”.

Questo spazio che in quattro anni è stato vissuto da circa 500 donne, 200 delle quali hanno iniziato un percorso individuale per uscire dalla violenza, è una realtà territoriale che nella zona nord-est di Roma negli anni ha creato una rete di rapporti con le altre realtà del quartiere, dalla biblioteca alle scuole fino al IV° municipio romano e ai consultori. Un luogo di donne che un mese fa è stato anche vittima di un atto intimidatorio. “Aprire qui non è stato casuale – ci dice Giulia, operatrice tirocinante a Spazio Donna – L’idea è di aprire spazi per l’empowerment a tutela di donne e bambini contro la violenza in quartieri in cui c’è un alto tasso di disagio sociale, povertà, disoccupazione. Uno spazio così situato e posizionato rispetto alla tutela sulle donne piace alle donne, e a tanti altri nò. Dopo quell’atto intimidatorio abbiamo pensato di aver dato fastidio a qualcuno. Lo abbiamo letto come segno del fatto che evidentemente stiamo lavorando bene”. E il lavoro è ripreso subito dopo, con le tante donne che animano le stanze di Spazio Donna.

“Cosa è per te Spazio Donna?”, è la domanda rivolta a tutte su un cartellone del centro: “Nello Spazio Donna sono felice e mi diverto”, “Libertà di racconto e di ascolto”, “Libertà di aprirsi senza problemi”, “Libertà di essere sé stessi”. Tracce condivise di un benessere ritrovato, e di una relazione umana tra operatrici del centro e le ospiti che lo popolano che è la forza di quello che, ci spiegano, è l’emporwement a cui si ispira l’equipe di Spazio Donna. “Questo è l’aspetto che ci piace, gratificante di questo lavoro, vedere lo scambio che c’è tra di noi, la partecipazione, il desiderio di essere attive e di partecipare. Ci accomuna l’avere la stessa ottica di genere, e quindi ci immaginiamo insieme alle donne. Questo per me è l’empowerment – aggiunge con entusiasmo Federica – E’ il fatto di riuscire ad emanciparsi, a riprendere una propria consapevolezza anche del proprio spazio e dell’importanza di avere momenti per sé. Qui le donne escono dalla dimensione di isolamento. Perché una delle conseguenze della violenza è proprio l’isolamento. E avere un luogo dove poter condividere dei momenti, delle esperienze con altre donne permette anche l’emersione delle situazioni di violenza”.

Luoghi preziosi, che svolgono un ruolo determinante nella diffusione della cultura di genere contro la violenza sulle donne. Che lavorano prima, durante e dopo la violenza subìta. Una rete a tutela delle donne, e dei figli quando ci sono, fatta di consultori, centri di ascolto, sportelli per l’emergenza in ospedale, case delle donne, centri antiviolenza e case rifugio. Una realtà che lavora spesso con fatica e che si confronta con istituzioni che non mettono la tutela delle donne tra le priorità del proprio bilancio. Roma fa i conti con questo deficit, con le risicate risorse messe a disposizione dal Comune, e le tante realtà che convivono con il rischio chiusura. Ce lo ha spiegato Oria Gargano, presidente della cooperativa sociale BeFree che gestisce tra gli altri anche Spazio Donna e che ha preso parte con altre realtà romane ad un presidio di protesta in Campidoglio lo scorso 18 aprile. “Le criticità che quel giorno abbiamo messo in evidenza sono questioni condivise da tutte. In primis, c’è la penuria tutt’ora di centri antiviolenza, ma ancora di più di case rifugio. Il Consiglio d’Europa insieme alla rete europea Wave – Women Against Violence Europe hanno stabilito che il numero di posti in case di rifugio deve rispettare certi calcoli (1 ogni 10mila abitanti, nda), e rispetto a queste cifre il territorio romano non sta messo bene – spiega Oria Gargano – Prima nel Lazio la situazione era più frammentata, poi la Regione ha destinato più fondi e ha attivato più bandi per la gestione di più servizi. Ma rimangono tante criticità. Una, appunto, è che i centri attivati sono tutti centri antiviolenza e non case rifugio. Questo significa che quando ci sono situazioni di vero rischio, dove si intercetta un pericolo imminente, siamo nella difficoltà di trovare un posto per la signora, con eventuali bambini e bambine. Altra criticità è di tipo culturale: la Convenzione di Istanbul e la Convenzione Stato-Regioni sottolinea la necessità che questo lavoro venga fatto da gruppi di donne attive nel sostegno alle donne, in un’ottica di genere. Adesso accade che ammettono ai bandi anche organizzazioni che con questo tipo di approccio nulla hanno a che vedere. Organizzazioni miste, senza una particolare sensibilità di genere e competenza sulla violenza sulle donne. E questo non va bene”. Quello che anche manca, lasciando a secco un settore di servizi indispensabili nella tutela della vita di tante donne, sono i fondi messi a disposizione. “Gli ultimi centri aperti, soprattutto nel comune di Roma, sono stati dotati di un budget veramente molto basso. Nonostante gli ultimi bandi usciti abbiano una dotazione economica molto più adeguata, la situazione è sempre critica. Tu, Comune, pretendi un certo numero di operatrici tutte molto qualificate, un’apertura di almeno 40 ore settimanali, una reperibilità h24 e poi mi dai due spicci! – chiosa Oria Gargano – BeFree nasce in antitesi con altre organizzazioni che sfruttano il volontariato, quindi per noi è importante avere tutti con contratti a tempo indeterminato. Applichiamo la legge, d’altronde”.

La precarietà riduce gli spazi a disposizione delle donne, ma non cambia l’impegno e la professionalità di tante operatrici che ci lavorano. E’ così anche per Spazio Donna che, pur essendo finanziata dalla onlus We World che ha altri due spazi a Napoli e Milano, condivide con le altre realtà BeFree di cui fa parte questa condizione. “La violenza è un fenomeno strutturale e andrebbe trattato come tale. Invece tutto quello che c’è oggi è a scadenza, è precario. Non si affronta la violenza in modo strutturale, si lavora solo sulle singole emergenze – spiegano concordi Federica e Giulia – Eppure ci sono i numeri, ci sono le statistiche che parlano chiaro rispetto a questo fenomeno: uscire dalla violenza oggi è una scelta molto difficile, perché significa affrontare tante difficoltà. Per questo è importante non essere da sole, fare un percorso insieme, proprio perché dall’esterno difficilmente si riceve un sostegno. Una parte dei problemi nasce dalle relazioni personali della donna, un’altra parte dalla società maschilista e patriarcale in cui vive, che riguarda tanto lei quanto noi. E in questo ci si mette a fianco della donna, condividendo pure la condizione di essere donne in questa società”.

 

[ Vi invito a continuare la lettura dell’articolo sul quotidiano online NeiFatti.it al seguente link. Grazie e buona lettura. Vi aspetto per i commenti. ]

 

Centro Spazio Donna, un angolo del centro per donne

Centro Spazio Donna, un angolo del centro per donne

5 Pensieri su &Idquo;Spazio Donna, l’empowerment femminista contro la violenza sulle donne

  1. E’ una questione fondamentale per il progresso sociale e credo sia necessario l’apporto maschile. Bisogna cambiare una cultura radicata, che si trasmette nell’ambito famigliare e ci sono donne in qualità di madri che trasmettono la violenza come valore. Non è un atto di accusa ma semplicemente una constatazione. Oltre a un maggior sostegno gli uominie le donne (almeno quelli di buona volontà) devono collaborare per un mondo migliore.

    • La questione della violenza sulle donne vede come protagonisti anche gli uomini, e non solo nel ruolo di carnefici. La cultura patriarcale spesso ha come promotrici le donne in alcuni contesti sociali. Sul ruolo dell’uomo, e sul suo recupero culturale, conto prossimamente di dare uno spunto di riflessione.
      Grazie intanto delle considerazioni, Daniele. A rileggerci quindi.

  2. un bellissimo articolo che apre uno spaccato sulla violenza sulle donne e su come si cerca di recuperare la loro identità.
    Per ridurre l’impatto della violenza sulle donne si devono educare sia la parte maschile al rispetto della persona sia sa parte femminile di vincere quella vergogna che impedisce loro di rompere quella spirale perversa di violenza che spesso subiscono in silenzio.

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