La fatica di vivere dentro e fuori le case popolari

La signora Pina ha gli occhi che le brillano quando ricorda che il suo quartiere, Tor Bella Monaca, è nato da “un’intuizione geniale” dell’allora sindaco di Roma Luigi Petroselli. Lei, che da 40 anni vive in questa problematica periferia est della Capitale, conosce però anche la difficoltà di vivere nelle case popolari costruite e abbandonate ai margini della città. Una difficoltà che, nel suo caso, è accresciuta dall’essere disabile.

“Alla fine del 1979, il sindaco Petroselli ebbe questa illuminazione: fare dei bandi per le case per sfrattati, disabili, anziani e giovani coppie. I borghetti furono buttati giù e con grandissime difficoltà nacque l’attuale Tor Bella Monaca – ricorda Pina Cocci che, essendo stata sfrattata insieme alla madre dalla precedente abitazione ed essendo anche disabile, fu una delle prime ad abitare il nuovo quartiere – Mentre costruivano, le persone occupavano e altri si lamentavano perché ancora non davano le case. Il sindaco dovette anche mandare i vigili, per non fare occupare le case. A quei tempi, quindi, i palazzi furono fatti molto in fretta e le lacune è chiaro che ci sono. Ad esempio l’interruttore, se scatta la corrente, ce l’ho in alto e per me è un problema. Nonostante questo, è un quartiere privo di barriere architettoniche. Chi le crea sono le persone.”

Un quartiere raccolto, a dimensione umana, così lo aveva pensato il popolare sindaco romano Luigi Petroselli. Aldilà del cemento grigio delle torri nei palazzoni delle case popolari, restano ancora tracce di quel progetto che 40 anni fa era già all’avanguardia. Un doppio ascensore nei palazzi, di cui uno più grande destinato ai disabili e alle loro carrozzine. Marciapiedi con gli scivoli. E un quartiere “raccolto” dove il municipio, la chiesa, la scuola e i negozi sono facilmente raggiungibili dalle torri. Ma a bloccare la crescita del quartiere, non mantenendo dignitosa la vita nelle case popolari, è la mancanza di manutenzione. Come spiega la battagliera signora Pina: “Nel palazzo ci sono due ascensori. Quello piccolo funziona, l’altro è sempre rotto; sono rimasta un mese e mezzo dentro casa perché tutti prendevano quello piccolo e io non lo potevo prendere. All’inizio c’era l’impresa di pulizie, la manutenzione, c’era tutto. Poi hanno iniziato a tagliare, e tagliare. Adesso abbiamo dovuto rifare il portone, e abbiamo pagato noi. Le luci? Le cambiamo noi. Il citofono non funziona da anni, e chi deve venire a casa mia mi chiama e io gli apro. Qui la manutenzione c’era ma l’hanno tolta, anche se ci spetta ancora.” E la paura, soprattutto per la signora Cocci che vive in casa sola e in carrozzina, è anche il rischio di allagamento: le fogne infatti spesso si intasano e gli scarichi, oltre ad allagare le cantine, capita che arrivino fino all’appartamento della signora Pina, allagandolo.

Eppure le case annidate nelle torri di Tor Bella Monaca, gestite alcune dall’Ater – Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica di Roma e altre direttamente dal Comune, fanno gola sia a chi inserito in graduatoria aspetta di aver assegnato un appartamento popolare sia a chi delinque nel quartiere. E così gli inquilini in regola si confrontano periodicamente con le occupazioni abusive.

“Nel mio palazzo qualche tempo fa gli zingari hanno occupato alle tre di notte un appartamento, buttando giù una porta blindata. Io mi sono alzata, ma oltre me solo una persona è uscita di casa – dice Pina – Spero che abbiano sequestrato l’appartamento, altrimenti serve a chi delinque. Se lo devono fare scappare lo piazzano qui, e chi lo trova?”.  A questo si aggiunge il fenomeno della compravendita e dell’affitto delle case popolari, che “danno a chi deve avere gli arresti domiciliari, così rimangono in zona” chiosa senza reticenza Pina.

Una vita di quartiere dominata dalla sensazione di abbandono delle istituzioni, e di mancanza di occasioni e spazi di aggregazione che trasformino le piazze di spaccio in luoghi di confronto e di incontro. “Petroselli dietro alcuni palazzi aveva fatto dei lavatoi, così la gente poteva andare lì per lavare, stendere e per fare comunità – spiega la signora Pina – Uno di questi lavatoi lo hanno dato alla Comunità di Sant’Egidio, molto attiva nel quartiere. In un altro ci hanno fatto una palestra. Manca però un centro anziani, non abbiamo uno spazio dove organizzare qualcosa. Ci sarebbe sotto al municipio un’ex sala cinema molto grande, ma è da anni che la devono ristrutturare e intanto è chiusa e abbandonata a sé stessa. Eppure abbiamo delle comunità etniche molto attive, ma ci vuole qualcuno che metta insieme le comunità superando le difficoltà e le differenze. Ci sarebbero le condizioni per creare un quartiere multietnico, che lavora bene insieme.”

La mancanza di iniziative che animino il quartiere, tanto a Natale quanto a Carnevale, e l’assenza di negozi lungo la via principale del quartiere, la rinomata via dell’Archeologia, favoriscono il presidio della zona da parte della criminalità organizzata. “Qui la sera, quando tornano a casa con l’autobus, tutti si infilano dentro i palazzi. Non c’è un senso di comunità. Qui ognuno si fa i fatti suoi, e ognuno delinque come vuole – dice arrabbiata Pina – Se cammini normalmente su via dell’Archeologia le vedi le vedette. E se passa la Polizia, c’è il fuggi-fuggi generale. Carabinieri e Polizia passano, ma poi vanno via.”

L’antidoto a “questa fatica”, come la chiama Pina Cocci, è un’amministrazione municipale e comunale più presente e che magari coinvolga i cittadini. “Purtroppo Tor Bella Monaca deve evolvere, ma avendo un’amministrazione diversa. Ci vuole qualcuno che abbia più cuore” puntualizza Pina, da sempre attiva a titolo personale e sul territorio a livello politico.

“20 anni fa era iniziata la ristrutturazione del mio palazzo. Si è fermato tutto a metà! Hanno tolto le impalcature e si sono fermati là. E oggi ci sono ancora torri che hanno il ferro che si vede. Negli ultimi 20 anni c’è stato l’abbandono. Il quartiere, lo ripeto, è accessibile e privo di barriere architettoniche, ma ad esempio per andare al mercato percorro il marciapiede e non si può immaginare quello che trovo – prosegue Pina che, grazie al suo scooter a quattro ruote, può spostarsi autonomamente – Quando chiudono le buche, mettono l’asfalto con la pala e quello che resta finisce ai bordi della strada. Così i tombini si otturano, ma non per le foglie per il cemento. E quindi si allaga sempre! Ecco l’amministrazione si vede soprattutto nelle piccole cose, in questi interventi.”

[ Vi invito a continuare la lettura dell’articolo sul quotidiano online NeiFatti.it al seguente link. Grazie e buona lettura. Vi aspetto per i commenti. ]

Tor Bella Monaca, le case popolari nelle torri

Tor Bella Monaca, le case popolari nelle torri

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8 Pensieri su &Idquo;La fatica di vivere dentro e fuori le case popolari

  1. credo che questo sfogo, molto umano della signora Pina, metta a nudo un problema: il taglio delle spese, spesso operato senza criterio, favorendo così l’illegalità. E’ vero che i fondi sono sempre minori me le richieste sempre di più ma la quadratura del cerchio si può ottenere tagliando quelle improduttive.

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