Amatrice due anni dopo, tra promesse mancate e speranze di rinascita – Il reportage –

Si chiama cratere del sisma. E, percorrendo la strada regionale 260 Picente in direzione di Amatrice, se ne iniziano a riconoscere i segni. A pochi chilometri dalla cittadina reatina divenuta simbolo del terremoto del 24 agosto 2016, da un tornante appare una piccola chiesa nascosta dalle impalcature in legno annerito, che la puntellano. Attraversando le piccole frazioni silenziose della zona, l’arrivo ad Amatrice lo annunciano invece le file di casette colore arancione scuro, le SAE – Soluzioni Abitative di Emergenza, dove vivono gli oltre 1.500 abitanti del comune reatino.

Cittadini tra cui tanti anziani e famiglie che rimasti senza la propria casa, dopo il sisma di oltre due anni fa, non hanno mai voluto abbandonare il loro territorio e che sono stati lasciati a vivere nell’emergenza. “Nella SAE un mese fa ho avuto un problema con muffe, umidità che venivano dai pavimenti e a distanza di un anno e mezzo hanno già dovuto rifare tutti i pavimenti – riferisce Simona Paoletti, abitante di Amatrice che vive in una delle casette – Da quello che emerge sembra che i pannelli siano stati montati già bagnati, perché le casette erano state tenute fuori alle intemperie. Le ditte ci dicono che le case dovevano essere arieggiate sotto, invece siccome non lo sono si crea una condensa che fa sì che con il tempo i pannelli marciscono.”

“Come casetta in sé è funzionale se la metti a San Benedetto del Tronto, ma qui nessuno ha tenuto conto delle temperature. Il primo inverno, dopo il terremoto, di notte ha fatto -18°”, commenta Rossana Noris, volontaria ed esperta di terremoti, che tre settimane dopo la scossa si è trasferita da Bergamo ad Amatrice, aprendo uno sportello solidale nel suo camper dove offre consigli e supporto legale, così “aiuto i cittadini ad aiutarsi” spiega. Le SAE sono uno dei tentativi non del tutto riusciti di dare una risposta di intervento alle richieste dei cittadini, nel periodo immediatamente successivo al terremoto. Le casette infatti presentano parecchie criticità, dai difetti di costruzione ai problemi nella manutenzione, che Rossana Noris nel suo lavoro di supporto post-terremoto ha raccolto in un documento del coordinamento ‘Sulla pelle di tutti’. Le SAE nonostante abbiano il vantaggio di sorgere non troppo distanti dal centro storico, cuore ferito del paese, rimangono estranee all’ambiente circostante tra le montagne dell’Appennino e le strade del paese, da cui si scorgono cumuli di macerie.

“Sono case che costano tantissimi soldi, e con quella stessa cifra chi aveva una casa piccola avrebbe potuto ricostruire una casa in legno. E’ stato uno spreco impressionante – commenta Simona – Ciò che è rimasto sono l’ambiente, la natura, che sono stati deturpati con queste casette di plastica. E poi, quanto dureranno visto che iniziano a dare tutti questi problemi?”.  Ma la paura più grande per chi ha vissuto da sempre in questo antico borgo del centro Italia, e che non lo ha voluto lasciare, è anche un’altra: “Il territorio ha bisogno di persone che prima venivano, aprivano le seconde case e che davano ossigeno al territorio, alle attività commerciali. Il fatto di aver concepito le SAE di 40 metri quadri, per moglie e marito o per una sola persona magari anziana, è allucinante perché queste persone non possono ospitare i parenti, gli amici – spiega preoccupata Simona – Il fatto di portare i bambini sul territorio significa farglielo amare, e se non si crea questa possibilità avremo un buco di una generazione.”

Sotto le macerie è finito anche il servizio sanitario di Amatrice, e ad oggi l’accesso ad alcuni servizi rimane complicato. Dopo il terremoto è rimasto un solo medico di base per tutti gli abitanti della zona e il PASS – Posto di assistenza socio sanitaria fatica a lavorare, complici problemi tecnici ai computer e linee telefoniche e ADSL rallentate in tutta la zona. “Da un anziano che deve essere medicato a casa vanno gli operatori sanitari una volta sola al mese – riferisce Rossana Noris – Se non potenziano questo punto di primo soccorso con tutti gli specialisti bisogna andare a Rieti, o a L’Aquila o ad Ascoli. E ci vuole un’ora, se ti va bene. E se non nevica. E se non sei in una frazione proprio lontana.”

Nonostante le difficoltà e lo spopolamento, chi ha potuto ha riaperto la sua attività commerciale scegliendo di rimanere sul territorio. Come ha fatto la stessa Simona Paoletti, presidente dell’associazione commercianti di Amatrice: “Ci sono stati i sostegni economici, ma non sono stati sufficienti. Così chi ha potuto ha riaperto, altri non hanno potuto farlo. Ci sono poi attività commerciali che sono davvero sofferenti, e rischiano la chiusura. Qui non arrivano le bollette della luce perché sono state sospese. Arriveranno, prima o poi, rateizzate. Ma nel momento in cui vado a rateizzare migliaia di euro di bolletta, dovrò anche pagare le nuove bollette che ricominceranno ad arrivare. E a questo punto, sarebbe stato meglio pagare normalmente la bolletta.”

Dopo un terremoto, il rischio maggiore è perdere il senso di comunità che si può ricucire creando luoghi di aggregazione che, nonostante la costruzione dei due centri commerciali e di un’area food sul perimetro del paese, ancora non esistono. “La gente non sa dove andare perché i centri commerciali sono più che altro dei mercati rionali, perché sono aperti. E a mille metri non puoi dare una struttura del genere – spiega Simona – L’errore più grosso è stato, da commerciante, non aver creato uno spazio dove c’erano negozi e ristoranti insieme, magari con un parco giochi per bambini. Invece tre centri separati sono stati un errore clamoroso, perché l’economia così non va. Qui la maggior parte dei giorni gli incassi sono a zero. Potevano concepire di non far pagare l’Iva, così magari chi arriva da Roma sceglie di acquistare qui un capo scontato del 22%.”

Spenti i riflettori e l’attenzione generale, il paese ha rallentato la ripresa. E tanti progetti aspettano ancora di partire. Come l’ex scuola donata dalla Regione Trentino subito dopo il terremoto e rimasta dallo scorso ottobre dismessa, dopo il trasferimento degli studenti nel nuovo plesso scolastico. Un struttura che potrebbe essere usata come ostello, perché “abbiamo bisogno di strutture ricettive” come sottolinea Simona che vorrebbe vedere ripartire il turismo, anche solidale, che durante le ultime feste di Natale non c’è più stato.

Cambiano le abitudini di chi ha sempre vissuto qui e anche il paese dopo il terremoto ha cambiato fisionomia. Al posto del corso principale, dove si snodava il cuore turistico e commerciale del borgo, adesso si srotola una lingua di asfalto ai cui lati sono stati posti alti pannelli di legno. Una barriera oltre la quale si eleva solo la Torre civica, ben puntellata. Il tempo si è fermato, e anche la ricostruzione del paese non ha mai avuto inizio.

Tra le macerie si scorge a malapena una gru ferma, e nessun segnale di ripartenza concreto. “La ricostruzione vera non è partita. Le macerie sono state tolte dal centro storico di Amatrice, ma nel comune ci sono 69 frazioni e le macerie non è vero che sono state tolte al 90% – sottolinea senza esitazione la signora Simona – Non è che perché vieni e metti una pietra sul territorio, puoi dire che la ricostruzione è partita. Qui ci sono case con danni lievi che ancora non sono partite, e sono quelle ristrutturazioni che avrebbero potuto dare ossigeno a ditte locali che sono ferme da anni. E se non si fanno ripartire quelle, non riparte l’economia.”

[ Vi invito a continuare la lettura del reportage sul quotidiano online NeiFatti.it al seguente link. Grazie e buona lettura. Vi aspetto per i commenti. ]

 

Amatrice, cumuli di macerie

Amatrice, cumuli di macerie

 

——— Il reportage completo è visibile qui ———

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