Cose di Cosa Nostra – Libri per la Legalità

“In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Si chiude con questa famosa citazione, diventata uno dei motti più conosciuti della lotta contro la mafia dopo gli anni delle stragi, il libro del giudice Giovanni Falcone e della giornalista Marcelle Padovani ‘Cose di Cosa Nostra’, edito da Rizzoli. Un testo che oggi all’indomani della morte di uno dei capi di Cosa Nostra, Salvatore Riina, merita di essere letto (o riletto) e approfondito.

Il saggio è frutto di venti interviste che la giornalista francese fece al magistrato palermitano tra il marzo e il giugno 1991, quasi un anno prima della strage di Capaci in cui Giovanni Falcone perse la vita con sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e i tre agenti della scorta. Una strage voluta e studiata dal boss di Corleone Totò Riina, detto ‘u curtu’.

“Rimasi colpita dalla chiarezza delle sue idee, dal livello delle informazioni in suo possesso, dalla sincerità del suo impegno antimafia – spiega Marcelle Padovani nell’unica parte del libro in cui prende la parola in prima persona, il prologo – L’opacità di un grosso ministero, le logiche della politica ‘politicante’, il machiavellismo dei ‘palazzi’ romani non l’hanno tuttora distolto dalla sua idea fissa: lo Stato ha i mezzi per sconfiggere la mafia.”
E Falcone, da “magistrato pragmatico, alieno da qualsiasi astrazione ideologica, attento a rispettare le norme, concreto e riservato” come lo definisce la giornalista francese, studia da vicino il fenomeno della mafia, da palermitano scoprendo il linguaggio e la cultura mafiosa attraverso la contiguità con la mentalità siciliana e da magistrato raccogliendo le dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia i ‘pentiti’.

Il libro è un documento straordinario e unico sull’anatomia della mafia, almeno fino al 1991. “L’organizzazione è decisamente conservatrice. Il continuo richiamo dei mafiosi al Vangelo è solo un espediente, non c’è dubbio, ma esprime anche il conformismo di Cosa Nostra riguardo ai tradizionali valori cristiani”, spiega in un passaggio sul tema della ‘Contiguità’ Giovanni Falcone che in più occasioni fa un ritratto autentico dei mafiosi restituendoli ad una dimensione reale fatta sia di “diffidenza verso l’ostentazione del libertinaggio e della ricchezza, in quanto simboli di inaffidabilità” sia di forme di condizionamento conseguenza di quei ‘valori’ arcaici mafiosi che Cosa Nostra imprime ad ogni nuovo arrivato.
“Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi – dice Falcone – Non tutti possono aderire a Cosa Nostra. Quest’università del crimine impone di essere valorosi, capaci di compiere azioni violente e, quindi, di saper uccidere. L’appartenenza a un ambiente mafioso, i legami di parentela con uomini d’onore costituiscono nella fase iniziale un grande vantaggio. Tra le qualità indispensabili richieste, il pentito Salvatore Contorno ricorda l’essere di sesso maschile, il non avere alcun parente in magistratura e nelle forze dell’ordine …”

Il suo racconto fluido e ricco di dettagli su Cosa Nostra è frutto delle dichiarazioni dei tanti ‘pentiti’ che Falcone ha interrogato nel corso degli anni, da Buscetta in poi. “Le dichiarazioni di Buscetta, giunte a coronamento di quattro anni di indagini proficue, quattro anni in cui ho imparato più cose che in venti, sono come le matrioske russe – afferma Giovanni Falcone – Ho capito grazie a esse che fino a quel momento ero stato solo un artigiano. Circondato dallo scetticismo generale, appoggiato soltanto da alcuni colleghi, privo di strumenti adeguati. E che era giunto il momento di fare un salto di qualità nell’organizzazione della lotta per ottenere risultati significativi.”
Una solitudine unita a una lucidità nell’analizzare le strategie di Cosa Nostra che trapelano in alcuni passaggi, e sembrano quasi vaticinare le stragi del ’92. “(…) A questo punto avanzo una ipotesi: tensione e sofferenza (se così si può dire) hanno raggiunto un alto grado di intensità all’interno di Cosa Nostra. Un attentato spettacolare, un omicidio ‘eccellente’, ad esempio, contro un rappresentate dello Stato ma anche contro altri, potrebbe fungere da elemento pacificatore tra le due anime che si contendono la mafia: i palermitani, decisi a prendersi una rivincita, e i ‘Corleonesi’, che dal 1982 hanno sottratto al capoluogo la guida dell’organizzazione”, riflette in un passaggio del libro Giovanni Falcone.

Una consapevolezza e lungimiranza, frutto di uno studio attento del fenomeno mafioso, che diventa anche un testamento per i posteri, per gli uomini e le donne di oggi impegnati nel contrasto della mafia. “Ci rendiamo conto di saperne un bel po’ sulla mafia, di avere acquisito un bagaglio culturale senza precedenti. Ma alcuni dati essenziali continuano a sfuggirci – constatava nel 1991 Falcone, nel capitolo dedicato ad un’analisi su Cosa Nostra – Ignoriamo dove si nascondano e di quali reti di protezione si avvalgano boss importanti come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e una cinquantina di altri capi dell’organizzazione (Salvatore Riina verrà arrestato il 15 gennaio 1993 davanti alla sua villa, Bernardo Provenzano l’11 aprile del 2006 in una masseria di Corleone. Ndr). Non sappiamo come si chiamano molti uomini d’onore e soprattutto alcuni sono talmente insospettabili che è quasi impossibile scoprirli: e accanto a loro vi sono i cosiddetti ‘colletti bianchi’, che conducono una vita legale apparentemente irreprensibile e che gestiscono il denaro proveniente dalle attività illecite.”

Un libro che diventa il fascicolo pubblico del giudice Falcone su Cosa Nostra tra i più autentici, anche per la scelta della giornalista francese di rinunciare al dialogo con il magistrato, preferendo così raccogliere e catalogare in capitoli/tematiche la questione principale indicata da Giovanni Falcone sul problema-mafia, lo Stato. Si affida al suo racconto, Marcelle Padovani, alle parole di un magistrato “da manuale, un servitore dello Stato che dà per scontato che lo Stato debba essere rispettato.”
Di questo testamento, di cui non basta mai un’unica lettura, restano ancora i tanti latitanti in libertà, tra cui spicca Matteo Messina Denaro. Resta anche il patrimonio culturale e conoscitivo di lotta alla mafia che, anche se risalente a 26 anni fa, è tuttora insostituibile. E, ora, resta solo da raccoglierne il testimone.

12 Pensieri su &Idquo;Cose di Cosa Nostra – Libri per la Legalità

  1. Eccellente suggerimento che spero di seguire prima possibile. Concordo che nonostante sia passato molto tempo sia una lettura imprescindibile per capire il fenomeno e cercare di contrastarlo. Condivido l’augurio che ci siano persone altrettanto capaci di raccogliere il testimone e proseguire nell’opera, a cui comunque sono chiamati tutti i cittadini.

  2. Complimenti per l’ottima recensione che vuole ricordare la nobile figura di un uomo che ha saputo dedicare la propria esistenza alla valorizzazione dei principi della legalità e della giustizia

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