Migranti, malati (e morti) di solitudine

Di immigrazione si muore, e questa in parte è una realtà nota. Si parla spesso di chi muore di stenti durante un durissimo e lungo calvario attraverso le rotte del Mediterraneo. Si discute e si commemora chi muore annegato in mare, sempre durante quelle traversate, cadendo o spinto giù da barconi malandati e sovraccarichi di passeggeri ridotti a merce umana.
Ma di immigrazione si muore, o ci si ammala, anche per solitudine. “Pensando agli immigrati si crede sempre che siano loro a portare da noi malattie, in realtà sono loro che spesso si ammalano dopo l’arrivo. E si ammalano di solitudine.” A spiegarlo è Emanuele Caroppo, psichiatra e professore all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che fino a qualche anno fa ha coordinato l’attività sanitaria del progetto A.M.I.C.I. che si occupava di “soggetti vulnerabili richiedenti protezione internazionale trasferiti in Italia in applicazione del Regolamento di Dublino”. Un progetto, co-gestito da Università Cattolica e Croce Rossa Italiana, che è stato finanziato con fondi europei per i rifugiati per il 2011-2012.

“La solitudine di cui sono vittima alcuni immigrati produce stress, che a sua volta produce ormoni, come il cortisone, e in seguito la persona si ammala – spiega il professore Caroppo, durante una conferenza svoltasi a Roma lo scorso 4 aprile sulle sfide europee del prossimo G7 di Taormina – E’ simile a ciò che accade nelle tribù della Papua Nuova Guinea dove chi é condannato alla pena dell’ostracismo viene allontanato dalla comunità per 72 ore. A quel punto, isolato, non sopravviverà.”
Di loro, i migranti, delle loro storie e del loro passato si conosce poco. A parte alcuni scatti dei fotoreporter o degli attivisti che immortalano uno sguardo smarrito o un volto sofferente di gioia all’approdo, di questi uomini donne e bambini si perde presto l’identità. E in quella massa indistinta, depositata in uno dei centri di accoglienza sparsi per l’Italia, anche gli stessi immigrati faticano a ritrovare sé stessi. E le loro vite spesso finiscono strozzate da un cappio, magari a pochi passi dal centro dove erano ospitati.

L’ultima vittima è un giovane migrante di 31 anni proveniente dal Mali, trovato morto lo scorso 7 maggio, appeso ad un pilone lungo la massicciata della ferrovia di Milano rivolto verso i binari. Quando si è ucciso non aveva documenti addosso, e per risalire alla sua identità è stato decisivo il rilievo delle impronte digitali. Era in Italia da un anno e mezzo, e aveva un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale che era in corso di rinnovo. E poi c’è Maslah Mohamed, somalo di diciannove anni, rientrato in Italia dal Belgio in applicazione delle regole europee di Dublino che prevedono che la richiesta di asilo si deve fare nel Paese europeo di arrivo. Anche Maslah lo scorso marzo si è suicidato impiccandosi ad un albero in un parco poco distante dal centro di accoglienza in cui viveva da qualche mese. Sembra avesse confidato ad altri migranti con cui conviveva nella struttura di Pomezia di covare una profonda depressione.

I medici e operatori del progetto A.M.I.C.I. li hanno ribattezzati “Dublinati vulnerabili”, vulnerabilità a cui si affianca anche un disturbo post-traumatico da stress. “I rifugiati politici, i richiedenti protezione internazionale rappresentano quella classe di migranti che ‘necessariamente’ devono lasciare la loro patria e i loro affetti con il timore di non potervi più fare ritorno; sono coloro che non hanno alternative di scelta o meglio l’alternativa li condurrebbe a torture, a gravi sofferenze e il più delle volte a morte sicura”, chiarisce un dossier realizzato dal professore Caroppo, Giuseppina Del Basso del Centro A.M.I.C.I. e Patrizia Brogna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma su un campione di 180 richiedenti asilo politico.

Questi 180 migranti sono solo una piccola parte, fortunata, di quanti necessiterebbero di supporto sociale, legale e medico/psicologico. Gli altri vengono spostati, nello scacchiere europeo, come pedine da un Paese all’altro. Lasciati stritolare dagli ingranaggi della burocrazia, non solo italiana ma anche europea. Disumanizzati per mesi dentro strutture sempre al di sotto della capienza reale. “Lasciare 1100 persone dentro l’hotspot di Lampedusa (700 persone in più rispetto alla capienza massima) diventa normale per delle persone che non contano quanto le merci, che possono invece essere mosse liberamente. Lasciare per 5 ore in un mercantile 600 persone in attesa che scendano i croceristi a Palermo è normale, perché i turisti pagano e hanno la priorità rispetto ai pericolosi invasori. – dice in un comunicato Alberto Biondo, di Borderline Sicilia onlus – Diventa normale posteggiare una persona per 5 anni in un CAS di una provincia qualsiasi in attesa di un riscontro alla sua legittima richiesta di asilo. Molti enti gestori in Sicilia denunciano la presenza di migranti arrivati nel 2013 con rinvii del Tribunale ad aprile 2018.”

Si muore di immigrazione, il che troppo spesso equivale a morire di solitudine e indifferenza. E il tragico monumento a questa condizione diventa, dolorosamente e suo malgrado, il corpo senza vita del 31enne proveniente dal Mali, appeso ad un pilone accanto alla stazione di Milano, rivolto verso i binari. Un treno mai preso, verso una nuova vita.

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9 Pensieri su &Idquo;Migranti, malati (e morti) di solitudine

  1. Il fenomeno dell’emarginazione ha radici profonde e non si limita soltanto agli immigrati, pensiamo a tutte le vittime del mobbing, che uccide un numero di persone maggiore di quanto si pensi. In fondo gli immigrati sono una parte dello stesso problema, ed è giusto portare alla luce questi casi, rompendo l’omertà dell’indifferenza. Purtroppo ci sono diversi proclami sull’incllusione ma non vedo applicazioni pratiche, ne per qunto riguarda un gran numero di cittadini (disoccupati) ne per gli immigrati.

    • Proprio così, le politiche inclusive latitano. Ed è vero che immigrati e italiani emarginati sono due facce della stessa medaglia. Il rischio in più per gli immigrati è di non avere alcun barlume di possibilità di tutela dei diritti. Quello stesso fioco barlume che magari un italiano può sperare di far valere. Sicuramente uno Stato che non garantisce standard minimi ai suoi cittadini difficilmente riuscirà a garantirli ai migranti.
      Grazie del tuo contributo, Daniele. A rileggerci.

  2. prima esiste il problema dell’immigrazione, poi quello che hai descritto con dovizia di particolari.
    Già superare la prima fase non è semplice, la seconda è ancora più dura, perché passa tra l’indifferenza delle persone. Si passa dal sogno alla triste realtà di tutti i giorni.

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