Carcere e libertà di parola

Carcere, comunicazioni recluse

Ci sono notizie scomode, reiette, perché catalizzano la nostra rabbia e la nostra sete di giustizia. Ci sono non-luoghi, diventati le periferie della società. Ci sono uomini e donne, spesso anche bambini innocenti, che vivono in queste realtà marginali e che vogliamo dimenticare, chiudendoli dietro una porta di ferro e buttando via la chiave.
Parlo delle carceri e delle persone detenute. Una comunità, composta da reclusi e operatori, che cerca di conciliare ogni giorno le restrizioni alla libertà con il reinserimento nella società, studiando percorsi di normalità, di rieducazione e di legalità per questi cittadini.

Ieri, per una mattina, ho vissuto la strana e insolita sensazione di essere senza contatti con il ‘mondo là fuori’, prendendo parte ad una conferenza organizzata dall’associazione Antigone e dall’ordine dei giornalisti sul tema ‘Libertà di parola. Il diritto delle persone detenute ad esprimere il proprio pensiero e ad essere informate’.
Senza telefono e altri strumenti tecnologici (fosse anche una macchina fotografica), senza zaini, borse che contengono tutto ciò che ci identifica ai nostri occhi e a quelli del mondo, si inizia a percepire cosa significa essere ristretti. Vivere cioè in una realtà dove la libertà di comunicazione è un privilegio, spesso conquistato a caro prezzo. “I giornali diffusi sono il Messaggero e a volte Avvenire. Ci arrivano in versione ‘di cortesia’: poche pagine, dove manca lo sport e tante altre notizie – spiega Marco Costantini, recluso e portavoce di altri detenuti a Rebibbia, e impegnato nella redazione giornalistica attiva nel carcere romano – Mentre tv e radio sono gratuiti, i giornali vanno acquistati. Ma non tutti possono permetterselo”. E se l’informazione proveniente dalla stampa è un diritto per pochi, anche l’invio/ricezione di mail sono disincentivati dai costi: ogni mail mandata e ricevuta costa 0,50 centesimi. Un privilegio che si estende all’uso di internet, consentito solo ad alcuni detenuti per motivi specifici: a chi studia ad esempio, o magari come premio. “I limiti a internet, e ad altro, vengono posti in molti casi per la tutela della persona stessa del detenuto. Soprattutto con un potere discrezionale, e diventano così elementi di premio” come precisa Stefano Anastasia, Garante dei detenuti in Umbria. Ostacoli nella comunicazione con la società e con le famiglie che se superati sarebbero un antidoto anche in tanti casi di suicidi in carcere.
Nonostante le difficoltà e le censure, a cui si accompagna l’autocensura degli stessi reclusi, in Italia sono una settantina i giornali carcerari censiti. Pagine e microfoni da cui volontari e detenuti danno voce a questa realtà ai più sconosciuta, confrontandosi con la scarsità di fondi e con i limiti alla libertà di movimento dei redattori reclusi anche all’interno del carcere.

Dentro quegli alti muri, elevati da reticolati di ferro per limitare il contatto libero e diretto con l’esterno, la libertà di espressione e di informazione viene avvertita più che nelle pubbliche e libere strade. Diventa uno strumento di crescita e di responsabilizzazione, un’opportunità di risocializzazione per le persone detenute e una garanzia sul futuro per i cittadini che invocano sicurezza.
Causa di questo stato di cose è anche un ordinamento penitenziario fermo al 1975. “Tutto ciò che è lecito nel sociale deve essere lecito anche dentro, prevede questo ordinamento penitenziario – dice Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti – A fronte di questo ha però regole che ammettono la radio e non la tv, ritenuta ancora ‘intrattenimento’ e quindi degradata da pilastro del sistema detentivo di rieducazione a privilegio”. “Ci sono questioni su cui siamo in ritardo: come l’utilizzo di Skype nelle comunicazioni familiari. Ci sono detenuti trasferiti in Sardegna, dove vi è più disponibilità di posti, e non tutti hanno i familiari che possono andare a fargli visita. Ci attardiamo anche sulla telemedicina, e quindi sull’attivazione delle cartelle mediche digitali che peraltro faciliterebbero gli accertamenti di responsabilità mediche. Infine, il ruolo dell’informazione e cultura come elemento costruttore della relazione sociale” commenta il Garante Palma.

Tanti impegni, alcuni dei quali rimasti depositati sui tavoli dei recenti Stati Generali dell’esecuzione penale che hanno avuto come sede sempre il carcere di Rebibbia.
Chissà se prima di sedersi ai tavoli e decidere le sorti di migliaia di persone recluse, ma anche della società che distratta si disinteressa di queste realtà, le istituzioni presenti hanno incrociato lo sguardo di questi reclusi da dietro uno dei tanti cancelli che separano le zone del carcere? Anche in virtù del fatto che agli Stati Generali, a pochi metri dalle celle, non ha preso parte nessun detenuto. Anche questa è comunicazione, mancata.

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9 Pensieri su &Idquo;Carcere, comunicazioni recluse

  1. Il problema delle carceri è un problema molto delicato e che riscuote scarso interesse nell’opinione pubblica.
    Spesso e volentieri si vede la reclusione solo ed esclusivamente come pena e non si pensa che questa “pena” dovrebbe avere l’obbiettivo di rieducare chi ha sbagliato e di permettergli un reinserimento in società.
    Ma se consideriamo i detenuti come dei reietti da tenere rinchiusi a vita allora non otterremo mai di rieducare nessuno ma solo di renderli ancora più emarginati e più inclini a ripetere gli errori che li hanno portati in carcere.
    Di recente ci sono state sollevazioni di popolo per le foto postate su un social network da parte di Doina Matei che, in semi libertà, si è fotografata sorridente.
    Il popolo del web si è scatenato contro la ragazza per le foto sorridenti, Ma cosa avrebbe dovuto fare una ragazza di 30 anni che si trova in semi libertà (non libera) per la prima volta dopo 9 anni? Avrebbe dovuto piangere e disperarsi?
    E poi, in pochi hanno sottolineato che la revoca della semi libertà non è stata dovuta alle foto o all’averle postate su FB ma la fatto che le era stato vietato l’uso del cellulare.
    A questo punto mi chiedo, vedendo tutta questa gente che si è scandalizzata per le foto, non è che stiamo perdendo la nostra umanità?

    • Grazie intanto del contributo, Davide. Mi soffermo su due tue considerazioni. La prima è sul caso Doina Matei che ha appunto fatto scandalo con le sue foto sorridenti: a tal proposito il depuatto Gennaro Migliore proprio ieri ha parlato del reato di sorridere, altri hanno addebitato lo scandalo al fatto che per un detenuto è tacitamente negato mostrarsi. Io credo che semplicemente dovremmo attenerci al fatto che la Matei non è ancora una persona libera, ma sta continuando a scontare la sua pena e che lo faccia con un sorriso o mostrando il suo volto non deve solleticare sentimenti di rivalsa nei suoi confronti. Preoccupiamoci piuttosto di chi non viene condannato per i reati commessi.
      Riguardo alla voglia di tanti di chiudere le sbarre e buttare la chiave, i dati parlano chiaro: nel 70% dei casi di reiterazione del reato il condannato ha scontato per intero la pena in carcere, una percentuale che crolla al 19% di casi di reiterazione se si applicano pene detentive alternative.
      Proviamo ad informarci meglio, e forse recupereremo anche umanità.

  2. Grande contributo in cui si denuncia che nonostante la lunga tradizione (Beccaria, Filangeri, Vico) rimaniamo un popolo di parolai, che non sono capaci di dare attuazione ai loro ideali, e in realtà la discrimninazione e la cultura forcaiola regna sovrana. Si accompagna perfettamente con l’intervista debuncia di Davigo apparsa sul Corriere, in cui viene detto che le nostre carceri sono troppo poche (e sovraffollate aggiungerei). Inoltre i colletti bianchi per i reati relativi di corruzione, commessi nell’amministrazione di enti e società non vengono mai perseguiti

    • Grazie intanto del contributo, Daniele. Alla denuncia perfetta di Davigo aggiungo che ci sono carceri, come quello che ho citato, della Sardegna dove i detenuti sardi sono in numero inferiore ai posti disponibili. Riorganizzare il sistema penitenziario, assieme alla certezza della condanna per determinati reati, darebbe la giusta dimensione di cosa sia il carcere, anche a chi lo guarda dall’esterno.

  3. un bel contributo a un tema spinoso. Perché? Se per qualcuno può avere un senso chiudere le comunicazioni con l’esterno – vedi per quei personaggi in odore di mafia o terrorismo, per altri è una condanna supplementare. Però c’è sempre un però. Discriminare qualcuno rispetto ad altri può essere pericoloso. E’ sufficiente leggere le motivazioni per le quali Breivik, autore di una strage, ha vinto la causa contro lo stato.
    Comunque il tuo post è veramente interessante e merita rispetto e riflessione.

    • Grazie del tuo apprezzamento e del tuo contributo. La questione è proprio il discriminare. A differenza del caso Breivik, però, in Italia il problema della discriminazione ruota attorno alla tutela di semplici (e normali) diritti, che per la maggior parte dei detenuti dovrebbero essere facilmente garantiti, come quello alle comunicazioni e all’informazione. E quando dico per la maggior parte escludo i destinatari del 41bis.

  4. Un argomento molto delicato che si presenta con numerose sfaccettature che devono essere considerate nei singoli casi senza dimenticare che all”interno delle carceri ci sono pericolosi mafiosi che, grazie alle comunicazioni con l’esterno, continuano a gestire i propri loschi affari.
    In ogni caso condivido il tuo pensiero: dare la possibilità di redimersi deve essere l’obiettivo principale del sistema detentivo nazionale.
    Complimenti per l’ottimo articolo che, ancora una volta, denota una profonda competenza sull’argomento e sensibilità verso i problemi sociali.

    • Grazie dell’apprezzamento. Il tema è sicuramente spinoso e sul carcere duro, tra gli addetti ai lavori, ci sono varie tendenze. Io, come già sostenevo, ritengo che per i criminali destinati al carcere duro del 41bis non possono valere le stesse estensioni di diritti. E considerato che la cronaca ha dimostrato che proprio loro riescono a comunicare con l’esterno forse andrebbero modulati meglio diritti legittimi e controlli su certi detenuti.

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