Disoccupazione

Disoccupato, ma esisto

Di loro si parla poco, forse anche per esorcizzare le paure che la crisi attuale fa attecchire. Io dei disoccupati, e della disoccupazione, invece ne voglio parlare. Perché in questo dramma vivono 3,2 milioni di persone (Fonte Istat) che appartengono a tutte le generazioni, in età lavorativa. Uomini e donne, giovanissimi e over anta, con un diploma o un master in tasca, con o senza esperienza. Cittadini con la colpa di non avere un lavoro, quasi sempre non per colpa loro. Energie, professionalità o anche solo braccia costrette al riposo forzato. Cittadini dimenticati, dallo Stato e dell’opinione pubblica, di cui si sa poco. Tra loro ci sono padri e madri, giovani e non, che si vedono esclusi dal mercato del lavoro per età, per poca esperienza o perché l’azienda di turno non assume.

Per incoraggiare una riflessione, anche di pochi minuti, su chi è un disoccupato vi invito a leggere queste brevi “beatitudini”. Scusandomi con chi ho dimenticato nell’elenco.

Beati quelli che cercano un lavoro e lo trovano, perché si sentiranno riconosciuti nella dignità di cittadini.

Beati quanti la mattina hanno una sveglia che, con il suo richiamo spesso insopportabile, gli ricorda che hanno degli orari che scandiscono la giornata.

Beati quanti la sera tornano a casa stanchi, per il lavoro fatto e non per un ozio forzato.

Beati coloro che nel mercato del lavoro hanno trovato un posto a sedere, perché a furia di stare in piedi fuori dalla porta si viene esclusi dai giochi.

Beati quelli che hanno studiato, hanno fatto esperienza e grazie anche a questo hanno un lavoro. Perché nessuno che ha questi requisiti, e non lavora, si convinca che il merito è un’inutile fatica da coltivare.

Beati quelli che hanno interessi cui dedicarsi nel tempo libero, e non solo troppo tempo libero.

Beati anche coloro che per circa 11 mesi l’anno lavorano e poi arrivano le “meritate ferie”. Perché chi non lavora dimentica il piacere delle vacanze.

Beate coloro che annunciano la loro maternità senza ansie. Perché perdere il lavoro, o non ritrovarne un altro, perché si è madri è la realtà più vergognosa che un Paese possa permettere che accada.

Beato chi non ha mai perso il lavoro, non restando così sospeso nel limbo della disoccupazione. E che quindi non si è mai sentito cittadino di serie B, su cui aleggia un rumoroso silenzio. Perché per superare il dolore, il lutto, per la perdita del lavoro a volte serve anche solo qualche parola. Forte, sentita e responsabile. Seguita da atti concreti e decisivi.

Beati coloro che hanno un lavoro, perché esisteranno. Non saranno invisibili agli occhi dello Stato e dell’opinione pubblica, scambiati per numeri e percentuali senza nome e senza volto. Non saranno a stento percepiti come meri fannulloni e laureati esigenti, o “choosy” come disse tempo fa un ex ministro del lavoro.

E per finire, beati quei disoccupati che per esorcizzare la disillusione che dà non avere un lavoro e qualcuno che valorizza e retribuisce il loro impegno faranno sentire la loro voce. Non si arrenderanno di fronte all’indifferenza e al silenzio, continuando a credere fortemente nel loro futuro. Qui, in Italia, o altrove. Beati loro, perché non saranno più invisibili.

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26 Pensieri su &Idquo;Disoccupato, ma esisto

  1. Questo articolo si commenta da solo per la lucida analisi di ciò che è sotto gli occhi di tutti qualunque sia la loro fede religiosa ed il loro credo politico ,sebbene facciano di tutto per non curarsi dei diritti violati di figli ,fratelli, amici, e concittadini che vivono il dramma della disoccupazione. Per ,poi ,mettersi a posto con la presunta loro coscienza umana con la c.d. solidarietà di facciata che si limita ad una elemosina mascherata da una offerta di denaro che mortifica chi la riceve e forse, chi la fa. Ma non è così che si risolve il problema. Lo dovrebbero sapere quei solerti sindacalisti che difendono il lavoro per chi già lo ha e che magari avendo risolto il loro problema non si preoccupano dei fratelli,figli,amici e concittadini che vivono il dramma del domani incerto; e che il giorno dopo la loro assunzione diventano insensibili.Quanto EGOISMO è presente in ognuno di noi . Per non parlare dei politici di turno che sembrano avere la formula che dovrebbe risolvere tutti i nostri problemi : primo fra tutti il lavoro. Ma in questa situazione i cittadini sembrano più sudditi e buoni solo a pagare più tasse. Così facendo , rischiamo di avere una Società di Accattoni o neppure questa se la persona non si sposa e non fa figli . Ma , nonostante tutto, riusciamo ad essere buoni con gli extracomunitari di turno gli zingari , forse perchè la nostra coscienza ci impone un simile comportamento per fugare la incofessabile paura che un domani ,non troppo lontano, siano i nostri figli , fratelli, amici e concittadini ad assumere questo ruolo. E pure l’ Italia è bella , colta , civile, industriale e….Ricca . Auguri.

  2. Purtroppo anche gli extracomunitari e tanti appartenenti all’etnia degli zingari (perché anche tra loro, lo garantisco, c’è chi prova ad integrarsi legalmente) faticano, per altri motivi spesso, a trovare un lavoro. Un lavoro che, per loro come per un qualunque italiano, se manca a volte rischia di rafforzare la criminalità e le mafie che trovano nella disoccupazione terreno fertile dove andare a pescare nuove leve. Di fronte al disagio di essere senza lavoro, siamo tutti uguali. Più che mai.

  3. COMPLIMENTI articolo penetrante che raggiunge anche i più freddi cuori indifferenti ! la spinta dobbiamo trovarla ogni volta che i nostri progetti non vengono attuati … faticoso ? sì moltissimo tuttavia stringiamo i denti e guardiamo dritti in nostro obiettivo per continuare la corsa al traguardo ….l’avventura continua (fino a quando ?)
    il tuo articolo penso di pubblicarlo su un quotidiano regionale
    on line, se mi autorizzi, ciao grazie Anna 🙂

    • Mi fa piacere trovare con te conferma che queste considerazioni spacchino il ghiaccio che ormai separa i disoccupati dal resto degli italiani. Riguardo la pubblicazione, chiedo anche a te di inserire in calce all’articolo il link della pagina. Inviami il link del quotidiano, grazie!

  4. annagiuf78
    ha dimenticata una categoria alla quale appartengo, quelli che dopo 40 anni di attività da imprenditori hanno persa l’azienda perchè un AD “ladro e bastardo” ha incassato quanto atteso dai componenti l’ATI con il concordato ha offerto il 9% con il risultato che uno degli ex soci di lavoro è fallito ed anche l’azienda incriminata coinvolgendo 400 persone L’AD è in UK con i soldi di sua moglie. I miei ex collaboratori non hanno perso nulla salvo un socio. Oggi come pensionato faccio il consulente onlus per dimostrare cosa ho imparato e non morire d’inedia ed ho trovato un mio equilibrio interiore.
    Ma che schifo di paese!

    • Purtroppo, come dico magari tra le righe, il problema è trasversale e la sua testimonianza ne è la prova. Basta una “bastardata”, citando un po’ le sue parole, e un uomo, un professionista si trova messo fuori gioco. Ma la strategia è sapere quanto si vale e metterlo a servizio di sé stessi e di altri, un po’ come sta facendo lei. E se lo facessero tutti, questo Paese farebbe sempre meno “schifo”.

  5. Beato chi riesce a liberarsi dal condizionamento sociale, dalla schiavitu’ delle 8 ore 5 giorni a settimana, dagli stress e irritabilita’ dell ufficio, gli umori del capo e la noia della routine per dedicarsi a qualcosa di piu’ edificante, creativo, divertente e naturale. Fatti non fummo per spender la vita in una struttura rigida, in un ambiente ultra represso, in un edificio di cemento. Certo tutti abbiamo bisogno di un reddito. Risucire a guadagnarsi il pane al di fuori dei luoghi comuni e della schiavitu’ del mondo del lavoro e’ e sara’ la vera sfida dell’uomo moderno e futuro.

    • Le sue parole rimandano ad un problema la cui soluzione è forse ancora più lontana dal realizzarsi. Più della stessa disoccupazione. Poter lavorare a ritmi meno incalzanti, dedicandosi magari con il proprio lavoro ad attività che generano nuovi progetti e creatività è ancora difficile da ottenere, o almeno per tutti quelli che vorrebbero lavorare a queste condizioni. La regola del “Scegli il lavoro che ti piace, non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita” oggi fa i conti con il più prioritario monito “Il lavoro è una droga che sembra una medicina”. E senza la prevenzione, si rischia di non riuscire a gestire più neanche la cura di questa malattia.
      Io comunque penso che alcune sue indicazioni potrebbero valorizzare anche quanti in questo momento non riescono a ritagliarsi un posto nel mercato del lavoro. Ma bisogna iniziare buttando giù il muro della disillusione.

      • Grazie per la risposta. Io lavoro da 13 anni (con un anno sabbatico dove ho fatto il giro del mondo da solo in 14 paesi, dopo 8 anni di lavoro continuo). Lavorando a Londra, che ha un tasso di disoccupazione irrisorio e un sistema lavorativo piu’ moderno (non basato sul posto fisso per tutta la vita) mi sono abituato a cambiar lavoro ogni 2-3 anni. Negli ultimi tempi ho visto piu amici e conoscenti che hanno scelto l’indipendenza. Metter su una Ltd qui (tipo Srl italiana) costa quasi niente e si fa sull’ internet in 1 ora. La piccola imprenditoria e le startups a Londra sono cresciute in maniera esponenziale dalla crisi del 2008. E’ un fatto culutrale e di mentalita’. Gli italiani, pur con i problemi e le difficolta che il paese impone loro e che sono oggettivi, devono passare da una mentalita’ di posto di lavoro a una di produzione di valore e imprenditoria. Certo lo stato non aiuta, certo la cultura e’ per il posto fisso. Ma che noia! Che tristezza! 40 anni nello stesso ufficio con la stessa gente a far la stessa cosa! Agricoltura biologica di piccoli frutti. Piccola attivita’ turistica (AIRBNB ??) taxi driver part time (UBER??)? Ho un amico che fa pilates per gli anziani (quelli coi soldi e i reumatismi in Italia pure)… Il modello tradizionale va superato, e per fortuna!

      • Alla base c’è sempre la volontà e la responsabilità del mettersi in gioco. Ed è su questo principio che la famosa flessibilità, non imposta ma frutto di scelte personali anche del lavoratore, sarebbe reale e produttiva. Londra, come altre realtà europee che conosco, è un esempio di mercato del lavoro che funziona. Almeno per chi è non si accontenta.

  6. Il pezzo merita di essere letto e farci su qualche riflessione.
    Il disoccupato oltre a perdere un lavoro, spesso perde la stima di se stesso e la voglia di partecipare attivamente alla vita della nazione.

  7. una volta ho sentito un operaio gridare: non me ne frega niente della pensione !!! Fatemi lavorare fino a ottant’anni ma, fatemi lavorare !!!
    Perché il problema è proprio questo, pur di avere un impiego accettiamo di tutto ornai, e il far west che si è creato è quasi da organizzazione criminale. Ormai in un presente come quello di oggi e in un paese come l’Italia esiste una vera è propria forma di nuovo schiavismo e la tua ironia è lancinante, penetra dentro come una medicina amara. Si sorride certo… ma il retrogusto è il pianto di tanti che nella loro invisibilità hanno perso tutta la loro dignità di sentirsi uomini. Il lavoro nobilita e uccide al tempo stesso e noi veniamo stritolati da questo ingranaggio arrugginito, oliato ogni volta col sangue. Viviamo dentro a un dualismo pericoloso e non abbiamo scampo, prigionieri di chi gestisce il sistema.
    Cosa vuoi che ti dica… non riesco a dire più niente !

    • Hai detto già tanto, e anche le tue parole penetrano e toccano i tasti più dolenti. Come l’esempio del disoccupato che grida di avere un lavoro, anche rinunciando ad andare in pensione (cosa che purtroppo attualmente è una spada di Damocle per tanti). L’invisibilità è al tempo stesso sintomo di una situazione malata e causa di isolamento per chi lo vive. A volte, dietro l’indifferenza non si nasconde necessariamente menefreghismo, ma disinformazione e sovraccarico di notizie. E a farne le spese sono le categorie che non hanno voce, perché gli è stata tolta e nessuno intende restituirgliela. Tocca a ognuno di noi parlarne, e sfondare quel muro dell’indifferenza.

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