O fai un figlio o lavori: i rischi della precarietà

Essere lavoratori precari, precarizza anche il resto della vita. Le scelte, le ambizioni, i progetti di vita. Per questi silenziosi eroi quotidiani (che oscillano continuamente tra il desiderio di avere un lavoro che gli garantisca una vita serena e la necessità di fare anche altri lavori per riuscire a sopravvivere) decidere di sposarsi è già una scelta coraggiosa, ma avere dei figli è addirittura un azzardo. In questo articolo che vi ripropongo sono contenuti i dati raccolti un anno fa da Cgil su un aspetto della precarietà poco conosciuto, dati preoccupanti che a distanza di un anno non sono migliorati. La causa è la mentalità che circola in tante aziende, italiane in primis, spesso più preoccupate dello status coniugale e familiare del/della candidato/a che delle sue capacità professionali. Una scelta di vita, personale, che per il datore di lavoro rappresenta spesso un pericolo da cui difendersi con contratti ansiogeni (per il lavoratore) della durata anche di un mese o con azioni di mobbing, punitive.

Ma il coraggio di non piegarsi a questi ricatti illeciti viene anche premiato, come raccontano alcuni genitori di cui ho ascoltato le diverse storie. Una realtà da conoscere e da (ri)leggere…

 

Desiderare un figlio, nell’era del precariato, è un lusso. E soprattutto un azzardo.

È così per i tanti datori di lavoro che negano l’assunzione o non rinnovano il contratto alle lavoratrici incinta. A dirlo sono i dati raccolti dal LAB della Cgil che puntano i riflettori sull’esercito invisibile dei precari, divisi tra lavoro e diritto alla genitorialità. Oltre 4 milioni di lavoratori, tra atipici, ‘false’ partite IVA subordinate, disoccupati non per scelta propria e inattivi, che intorno ai trent’anni perdono il lavoro solo perché hanno deciso di avere un figlio. Un dramma che colpisce soprattutto le donne.

“Aspettavo mio figlio e l’ho tenuto. Così ho perso il lavoro”. Questo raccontano tante lavoratrici, sul blog GenitoriPrecari.it della giornalista e mamma Manuela Campitelli. Sono viste come un ostacolo, perché hanno deciso di essere madri e per questo sono vittime di mobbing, al punto di dover abbandonare il lavoro.

Ma la vita del precario, genitore e acrobata tra mille lavori, diventa inconciliabile anche con l’accesso ai servizi per l’infanzia. L’ingresso all’asilo e le graduatorie comunali sono una difficoltà a cui dover fare fronte. Un problema costoso, che i più fortunati risolvono con l’aiuto dei preziosi ed economici nonni. Altri invece si affidano al web. “Alcuni genitori si sono organizzati, a partire dalla quotidianità” spiega la Campitelli  “So di mamme che hanno condiviso una tata e tanti progetti”.

E se le future mamme precarie si affidano ai calcoli su quando è fiscalmente ideale iniziare la gravidanza, i papà lavoratori atipici fanno i conti anche con una legislatura poco incline alla paternità. “In Italia il padre interviene solo nelle tragedie: se la madre scappa, muore o ha problemi mentali” commenta Angelo, che lavora in un call center a Napoli, “Per portare mio figlio all’asilo faccio la staffetta con la mia compagna e pago 150 euro mensili, la metà del mio stipendio”. Ai neo papà sono concessi tre giorni di congedo parentale: uno obbligatorio, due sottratti alla madre. Una norma moderna per l’Italia, ma vecchia se paragonata alla Svezia dove i papà hanno diritto a 60 giorni di congedo oltre quelli della madre.

Un diritto alla vita, quello reclamato, che va garantito almeno ai figli.

 

da “La Discussione.com” – luglio 2013

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