No mafia

Beni confiscati alla legalità

Circa 30 miliardi di euro, spesso inutilizzati. Sono il valore stimato dei beni confiscati alla criminalità organizzata in Italia, un tesoretto che equivale ad una Finanziaria, come ha ricordato la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi durante l’ultima edizione di LegalMente, Festival della Legalità a Firenze.

Un capitale sparso per l’Italia che ha anche un valore simbolico, perché toglie alle mafie un patrimonio, tra contanti e aziende, che gli garantisce potere e un forte radicamento sul territorio (con una rete di aziende, che fanno lavorare spesso centinaia di dipendenti). Beni, terreni e liquidità che con il riutilizzo possono essere ridestinati a scopi sociali alla collettività. Beni per i quali, al momento, è più frequente il sequestro che non un efficace utilizzo. E questo rischia di rendere improduttivo un progetto che dal 1995 ha rivoluzionato l’utilizzo della confisca. Alcuni mesi fa un altro bene confiscato a Suvignano ha rischiato di restare intrappolato nelle maglie della burocrazia e dei problemi strutturali dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati. L’attenzione dei media alla vicenda e alle richieste di Libera e dei cittadini ha permesso di salvare questa azienda. Ma per una che se ne salva, migliaia restano sospese tra le pratiche dell’Agenzia. Una realtà di cui ho parlato con il responsabile per i beni confiscati di Libera, Davide Pati. Una storia, a buon fine, su cui riflettere per comprendere queste realtà e da (ri)leggere…

Prima confiscato, poi venduto al miglior offerente. Mafie comprese.

Nel recente caso dell’azienda agricola Suvignano, posta nel cuore delle Crete senesi, potrebbero bastare 22milioni di euro per rimettere le mani sul più imponente dei beni confiscati a Cosa Nostra nel Centro-Nord. 713 ettari di terreno, su cui si svolgono numerose attività agricole e dove sorgono una chiesa, due agriturismi e una villa dell’ottocento. Un patrimonio la cui confisca, avviata nel 1994, è divenuta definitiva solo nel 2007. Una confisca schiava da sempre di lungaggini burocratiche.

Una vicenda che si traduce in sconfitta per lo Stato, che a distanza di sei anni  rischia di restituire alla criminalità organizzata il suo ex impero. Lo ribadisce anche l’associazione Libera, attraverso il suo responsabile del settore beni confiscati Davide Pati.

A cosa è dovuta la decisione di mettere all’asta l’azienda di Suvignano?

“La decisione è stata presa a fine luglio dal consiglio direttivo dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Mesi fa era stato avviato un tavolo di lavoro presso il Ministero dell’Interno con le autorità locali per procedere ad un utilizzo dell’azienda con finalità sociali. La Regione aveva anche palesato la volontà di prendere in affitto la società stessa (una delle opzioni alternative previste dalla legge, ndr) e anche Libera aveva presentato dei progetti da inserire in questo percorso. Poi a fine luglio è arrivata la decisione di vendita.”

Che conseguenze può avere la vendita di questo bene?

“Parliamo di un’azienda che non è in cattive condizioni dal punto di vista economico-finanziario. Un’azienda che è stata gestita correttamente dall’amministratore e le cui attività economiche vengono portate avanti dai dipendenti dell’azienda stessa. Non si tratta di un caso fallimentare, come spesso accade, ma di un’eccezione di buon utilizzo. Inoltre è un’azienda simbolica: un tempo infatti venne sequestrata da Giovanni Falcone e inoltre è la più grande azienda agricola sequestrata in Italia. Sarebbe quindi una sconfitta dello Stato, di non valorizzare le opportunità di sviluppo comunitario in termini di occupazione per i giovani, educazione alla legalità, e in termini culturali e di partecipazione democratica.”

A Monteroni D’Arbia è prevista una manifestazione, organizzata da varie realtà locali, politiche e cittadine, tra cui anche Libera.  Al momento è ipotizzabile un cambio di rotta sulla decisione di vendere?

“Libera aderisce alla manifestazione, che non vuole essere ‘contro’ ma ‘per’ costruire insieme i percorsi di utilizzo sociale dell’azienda. Per ritirare la precedente decisione ci vuole sicuramente una nuova riunione del consiglio direttivo dell’Agenzia Nazionale. Ci rendiamo conto che l’Agenzia ha un compito non facile e conosciamo le difficoltà in cui operano dirigenti e funzionari e abbiamo sempre sostenuto il lavoro del prefetto Morcone e ora del prefetto Caruso. Quindi, auspichiamo che più soggetti possano supportare il lavoro dell’Agenzia e che si trovi al più presto una soluzione per riprendere un tavolo presso il Ministero dell’Interno, magari allargandolo ad altri soggetti come le organizzazioni agricole, la Camera di Commercio e lo stesso Ministero delle Politiche agricolo-forestali.”

C’è un sostegno concreto da parte del Governo per la questione beni confiscati?

“Sicuramente c’è un’attenzione diffusa sul tema della confisca dei beni. Non può essere diversamente, perché è uno degli strumenti che permette di togliere  consenso alle mafie e indebolirne il potere sui territori. Per questo bisogna rendere pienamente operativa l’Agenzia dandole gli strumenti e le forze per poter funzionare al meglio. C’è stata poi una modifica importante con la legge di stabilità di dicembre scorso a sostegno dell’Agenzia. Ma queste integrazioni non sono sufficienti. È per questo che facciamo un appello al ministro della Giustizia, perché dia maggiori risorse a quei giudici che devono gestire una mole di beni di milioni di euro. Giudici che molto spesso sono pochi e non hanno strumenti per gestire subito e in modo efficace i beni confiscati. Occorre maggiore sostegno e organico.”

da “La Discussione.com” – settembre 2013

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