“L’immigrazione? Una realtà, non un’emergenza”

ImmagineAlcuni lo chiamano “l’arcivescovo di Lampedusa”. E in effetti monsignor Francesco Montenegro si fa spesso ambasciatore in Europa, come presidente della Fondazione Migrantes e della commissione episcopale per le migrazioni, della condizione che vive quest’isola che ha imparato a proprie spese a confrontarsi e convivere con migliaia di stranieri in cerca di una nuova cittadinanza.

Un impegno quotidiano, quello dell’accoglienza, che l’arcivescovo di Agrigento Montenegro ha trasformato, come tanti suoi concittadini, in una missione.

Cosa significa, oggi, essere arcivescovo di un territorio che vive la realtà dell’immigrazione?

“Lampedusa, come la provincia di Agrigento, è una terra che guarda all’Africa. Per questo da parte mia c’è la volontà e l’impegno di pensare a quel territorio come un luogo dove si può vivere, e si deve vivere, l’accoglienza e il rapporto con gli stranieri in maniera diversa.”

Recentemente si è recato a Colonia e a Bruxelles. Ha percepito un serio interesse per il dramma degli sbarchi in Unione Europea?

“A Bruxelles il naufragio di alcuni mesi fa ha dato più attenzione al discorso dell’immigrazione. Ma che questo significhi che si sono fatte scelte politiche, no. Perché mancano. Per fare delle scelte politiche devono pensarla tutti allo stesso modo, e su questo argomento le opinioni sono diverse. Da Bruxelles dicono che possono sostenere l’Italia, ma che di fatto è l’Italia a dovere decidere. E dall’Italia non c’è un segnale importante.”

Secondo lei, quali possono essere gli strumenti per risolvere il dramma degli sbarchi?

“Credo che la parola ‘risolvere’sia sbagliata, perché una soluzione non sarà facile né immediata. Il primo passo da fare è convincerci che non è un’emergenza, perché fino a quando la consideriamo tale non daremo le risposte adeguate. Faccio un esempio, se si strappa la camicetta e sono in viaggio cerco di rattopparla, ma se mi accorgo che non è possibile sono costretto a comprarne un’altra. Ed è lo stesso. Fino a quando la tratteremo da emergenza metteremo le toppe ma, quando ci renderemo conto che questo è ormai un modo normale di essere presente nella storia, non potremo ricorrere alle toppe e dovremo in qualche modo fare le scelte giuste. E tocca allo Stato fare le leggi giuste, anche se non può farlo da solo perché ci vuole un’Europa che risponda. E poi bisogna finirla con la mentalità della colonizzazione che ancora viviamo. Là c’è gente che muore di fame e che, anche se le condizioni politiche non lo permettono, ha voglia di vivere. La stessa voglia che abbiamo noi.”

La Commissione episcopale per le Migrazioni che lei preside quali programmi di intervento prevede sul territorio?

“Prima di tutto portare avanti la cultura dell’accoglienza. Le Caritas prestano dei servizi, tentando di evitare che questo problema cada nel dimenticatoio e rimanga una questione attuale a cui dare la risposta migliore. Gli interventi sono là dove serve: quando l’immigrato bussa alla parrocchia le porte sono aperte. Stiamo inoltre tentando di realizzare degli spazi per loro, avendo anche attenzione per i cittadini lampedusani. Siamo sul campo e, a seconda di dove arriva la palla, tentiamo di dare il calcio giusto.”

I cittadini di Lampedusa come stanno affrontando questa situazione?

“La gente ha sempre dato disponibilità ed è stata sempre aperta all’accoglienza. Ma quello che tutti si chiedono è perché ci si ricorda di Lampedusa solo quando sbarcano gli immigrati e poi non ci si ricorda più di noi? Lo Stato dovrebbe anche interessarsi di queste due isole, Lampedusa e Linosa, e invece non c’è attenzione per loro, c’è solo in funzione degli immigrati. Anche se geograficamente sono più vicini all’Africa non sono di un altro Stato, sono italiani.”

Dopo la visita del Papa qualcosa si è mosso, con la cancellazione del reato di clandestinità. Dobbiamo aspettare una nuova visita di Francesco che dia altri impulsi?

“Il Papa ha già dato un segnale importante venendo da noi. Mi auguro che la sua presenza smuova un po’ le acque. Ora tocca a noi continuare, rendendo quella venuta non solo qualcosa da ricordare ma da vivere!”

 

da Parolibero.it

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