Don Panizza vive sotto scorta

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I veri eroi sono le persone semplici, che con responsabilità fanno ogni giorno il proprio dovere. Per se stessi e per gli altri. Ho avuto a volte la possibilità di parlare con alcuni di questi uomini e donne ‘normali’. Uno di loro è Don Panizza, un coraggioso sacerdote che vive con i suoi ragazzi ‘speciali’ in un bene confiscato alla ‘ndrangheta. Una storia di legalità, che merita di essere conosciuta e (ri)letta…

 

Non chiamateli preti antimafia. Sono sacerdoti, uomini testimoni di una Chiesa capace di dire no alla prepotenza delle mafie.

Una criminalità combattuta con il Vangelo, e a volte anche stando immobili su una carrozzina. Con questi insoliti strumenti don Giacomo Panizza e la sua comunità per disabili affrontano da anni la ‘ndrangheta e le sue pressioni. Lui è un bresciano, da quasi 40 anni a fianco dei disabili ed emarginati dalla società, a cui è stato assegnato un bene confiscato alla ‘ndrangheta dei Torcasio per gestire la comunità ‘Progetto Sud’ a Lamezia Terme. Un impegno sociale, poco gradito al clan, che ha messo nel mirino l’attività del sacerdote.

Come concilia l’essere sacerdote, che gestisce una comunità, con l’impegno per la legalità?

“Dopo due settimane che ero qui, hanno iniziato a chiedere il pizzo. In seguito facendo attività economiche per la comunità, la situazione è peggiorata. Qui il lavoro viene controllato, e non vogliono solo i soldi vogliono anche l’anima. Adesso ho un programma di protezione e nel palazzo ci sono le telecamere. Per chi viene a chiedere un aiuto questi aspetti sono limitanti per la privacy, ma alla fine chi ha voglia di fare qualcosa mette tutto da parte”.

Si è mai sentito lasciato solo? Anche dalla Chiesa?

“All’inizio mi sentivo un po’ solo. Poi vivendo con un gruppo di persone mi sono trovato pochissime volte da solo. C’è anche tantissima gente di Lamezia che mi è vicina, specie da quando mi hanno dato la scorta e poi la protezione. E questo è un segnale che parla da solo. Certo c’è voluto tempo, come per la Chiesa locale. Quando all’inizio dicevo ‘guardate che la mafia c’è’ era difficile capirlo. Quando mi hanno assegnato la scorta tutto è stato più chiaro. Adesso come Chiesa se faccio una manifestazione altri preti vengono, prima non veniva nessuno”.

Qual è la sua esperienza di bene confiscato?

“C’è bisogno che i beni confiscati non diventino beni di una cooperativa, società o associazione che ne fanno una ditta. Secondo me questi beni devono essere utilizzati per scopi sociali, che dicono ‘abbiamo fatto perdere la faccia ai mafiosi’. In questo palazzo, pur confiscato da anni, chi doveva vigilare per la liberazione non è andato a vedere se il bene era tutelato. E quando sono andato con il prefetto, loro (il clan ex proprietario, ndr) erano dentro nel cortile. I primi tempi dovevo suonare per entrare. Ci sono voluti 8-9 mesi per poter entrare dalla strada, perché nessuno aveva cambiato le chiavi, e le altre chiavi le avevano ancora loro, o veniva almeno a controllare”.

Fede e legalità. Sono imprescindibili per un credente?

“Nei Vangeli la parola legalità non esiste. C’è la parola giustizia, umana e ultraterrena. E la legalità è quell’aspetto della giustizia che chiede di cancellare chi dice ‘la giustizia sono io, la mia famiglia, il mio clan’. Nel 2013 avere fede e amore verso gli altri vuol dire anche mettere in pratica la legalità”.

Ha mai pensato di mollare tutto e andarsene?

“Nella pancia, sotto la pelle, mi viene da dire ‘che ci faccio qui?’. Poi ragionando capisco che andare via sarebbe come arrendersi. Stare qui mi fa stare bene, avendo una sorta di coraggio sporco di paura. Con tanta gente che ho vicino mi piace giocare la carta del cambiare qualcosa con loro, perché la vedo possibile e bella. È simpatico trovarsi qui con questi ‘sgangherati’, che la gente di solito considera incapaci. Insegnano loro a ribellarsi alla ‘ndrangheta, loro che sono stati violati, maltrattati o che siedono in carrozzina. Loro spiegano con gli occhi che brillano ai ‘normali’ la felicità di poter andare a testa alta”.

 

da “Gazzetta del Sud – Calabria” del 24 dicembre 2013

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